di Giovanni Barbera
Mentre la Premier rivendica con orgoglio la sua missione diplomatica in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, spacciandola come la chiave magica per la nostra futura indipendenza, i dati reali diffusi nelle ultime ore dall’Ansa ci consegnano una verità ben più amara e concreta. Mentre si parla di accordi strategici a migliaia di chilometri di distanza, nelle stazioni di servizio italiane si consuma uno sciacallaggio senza precedenti che il Governo finge di non vedere. Il prezzo del gasolio ha sfondato la quota psicologica dei due euro, arrivando a toccare i 2,13 euro al litro in modalità servito, mentre la benzina si attesta stabilmente sopra gli 1,77 euro. Tutto ciò nonostante la riduzione delle accise. È l'evidenza plastica del fallimento di un sovranismo di facciata che finisce esattamente dove inizia il tubo di un gasdotto o la borsa dei carburanti. Questo esecutivo resta a guardare mentre la speculazione energetica svuota i risparmi dei cittadini proprio nei giorni in cui il diritto alla mobilità dovrebbe essere garantito e non tassato come un lusso per pochi privilegiati.
Il
dramma silenzioso si consuma però soprattutto negli uffici bancari e
nelle case di chi ha un mutuo sulle spalle. L’ultimo report del
Centro Studi di Unimpresa, pubblicato proprio in queste ore sui
principali quotidiani nazionali, fotografa una situazione da brividi
che smentisce ogni ottimismo governativo. I tassi sui prestiti alle
industrie italiane oscillano ormai in una forbice che va dal 5% fino
al 10%. Siamo di fronte a una vera e propria usura legale, avallata
dal silenzio colpevole delle istituzioni che hanno rinunciato a
qualsiasi seria tassazione degli extraprofitti miliardari accumulati
dagli istituti di credito. Il credito revolving, quello a cui
ricorrono le fasce più deboli della popolazione per pagare le
bollette o arrivare a fine mese, ha raggiunto vette che rendono
impossibile ogni prospettiva di riscatto economico, trasformando il
risparmio popolare in un bancomat per i mercati finanziari.
Non può esserci alcuna forma di resurrezione per un’economia dove il costo del denaro è diventato il primo ostacolo alla sopravvivenza della dignità umana. La speranza invocata nei messaggi pasquali della destra è pura retorica se non si ha il coraggio di sfidare i dogmi del profitto per proteggere il reddito dei lavoratori. A ciò si aggiunge l'ipocrisia suprema sul tema della pace. È singolare vedere le stesse cariche dello Stato che oggi invocano la concordia essere le stesse che, pochi giorni fa, hanno avallato un aumento sconsiderato delle spese militari a scapito della spesa sociale. E’ evidente che non ci possa essere alcuna pace in un Paese che continua a rimpinguare le armerie globali e a partecipare a conflitti per procura mentre la sanità pubblica e la scuola cadono a pezzi.
La vera sicurezza non si decide nel Golfo tra un barile di petrolio e un accordo sugli armamenti, ma nelle periferie abbandonate, nelle corsie degli ospedali al collasso e nelle buste paga mangiate dall’inflazione e dai rincari. Questa Pasqua di ipocrisia ci consegna un’Italia divisa tra una propaganda di regime sempre più invadente e un Paese reale che affonda sotto il peso del carovita e del servilismo verso i potentati economici. La nostra battaglia non si ferma davanti agli auguri di facciata: serve una radicale redistribuzione della ricchezza, il blocco immediato dell'invio di armi e un calmiere sociale sui prezzi e sui tassi bancari e una tassazione sugli extra profitti di banche e società energetiche. Tutto il resto è solo fumo pasquale lanciato negli occhi di chi non arriva più alla quarta settimana del mese.
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