La guerra contro l’Iran, iniziata con l’aggressione congiunta di Stati Uniti e Israele alla fine di febbraio, non è finita. Si è semplicemente spostata su un altro terreno. La cosiddetta tregua di queste settimane non è un passaggio verso la pace, ma una pausa dentro lo scontro, utile a tutte le parti per riorganizzarsi. Chi la racconta come un successo diplomatico mente sapendo di mentire.
Washington e Tel Aviv avevano promesso una guerra breve, chirurgica, risolutiva. Doveva essere l’ennesima dimostrazione di forza dell’Occidente. Non è andata così. L’Iran non è stato piegato, il suo apparato statale non è crollato, la sua capacità militare non è stata azzerata. Anzi, la tenuta di Teheran ha prodotto un effetto opposto a quello dichiarato: ha rafforzato il suo ruolo politico nella regione e ha mostrato, ancora una volta, che la superiorità tecnologica non basta a garantire il controllo.
Questo è il primo dato che va messo a fuoco: non c’è nessuna vittoria. E quando in una guerra imperialista non c’è vittoria rapida, significa che il conflitto è destinato ad allargarsi, a incancrenirsi, a diventare permanente.
Infatti il fronte si è già esteso ben oltre i confini iraniani. Il Libano, il Golfo, le basi militari statunitensi disseminate nella regione: tutto è diventato campo di battaglia diretto o indiretto. Hezbollah non è un attore marginale, ma uno dei perni attraverso cui si misura la profondità strategica dell’Iran. Pensare di colpire Teheran senza incendiare l’intero Medio Oriente era una fantasia propagandistica buona per l’opinione pubblica occidentale.
Il punto reale, quello che raramente viene detto con chiarezza, è che questa guerra non riguarda solo l’Iran. Riguarda il controllo di un’area decisiva per l’economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa una quota enorme del petrolio globale, è diventato il vero barometro del conflitto. Quando l’Iran lo chiude, i mercati tremano. Quando lo riapre, le borse respirano. È qui che si vede la sostanza materiale della guerra: non i discorsi sulla sicurezza, ma il controllo dei flussi energetici e quindi dei profitti.
Non è un dettaglio. È il cuore della questione. Perché dentro questa guerra si muovono interessi enormi, legati alla crisi dell’economia capitalistica globale. Gli Stati Uniti non intervengono per “difendere la democrazia”, come ripetono ossessivamente, ma per mantenere un controllo su snodi strategici che stanno diventando sempre più contesi. Israele agisce come potenza regionale integrata in questa strategia, non come attore isolato.
Dall’altra parte, l’Iran non è certo un soggetto progressivo, ma rappresenta un punto di resistenza a questa egemonia. E questa resistenza, nel quadro attuale, è sufficiente a rompere i piani di stabilizzazione imposti dall’alto. È qui che si produce l’impasse: nessuno riesce a imporre una soluzione, ma tutti continuano ad avere interesse a mantenere aperto il conflitto.
Anche la diplomazia si muove dentro questa logica. I negoziati sul nucleare non sono un’alternativa alla guerra, ma uno dei suoi strumenti. Gli Stati Uniti chiedono la resa sul piano tecnologico e militare; l’Iran rifiuta di accettare una posizione subordinata. Non c’è equilibrio possibile finché i rapporti di forza restano questi. Parlare di accordo imminente serve più a gestire i mercati e l’opinione pubblica che a costruire davvero una soluzione.
Intanto la guerra cambia forma. Meno bombardamenti su larga scala, più pressione economica, più conflitti indiretti, più instabilità diffusa. È una trasformazione tipica delle guerre contemporanee: non finiscono, si dilatano. Non si risolvono, si amministrano. E dentro questa amministrazione permanente del conflitto si ridefiniscono gerarchie, alleanze, spazi di influenza.
A pagare non sono i governi, ma le popolazioni. Morti, distruzioni, precarizzazione ulteriore di intere aree già segnate da anni di guerra. È il costo reale di un sistema che usa la violenza come strumento ordinario per gestire le proprie contraddizioni.
Per questo la tregua di oggi non deve ingannare. Non siamo di fronte alla fine di una guerra, ma a una fase della sua evoluzione. Una fase in cui si preparano nuovi equilibri e, inevitabilmente, nuovi scontri. Chi parla di stabilizzazione ignora — o nasconde — il dato fondamentale: finché resteranno intatti i meccanismi che producono questa guerra, la guerra continuerà a riprodursi.
E quei meccanismi hanno un nome preciso. Non sono il frutto di errori o di scelte sbagliate, ma la conseguenza diretta di un sistema che per sopravvivere ha bisogno di espandersi, di competere, di imporre con la forza i propri equilibri. Finché questa logica resterà intatta, la guerra non sarà un’eccezione, ma la regola.
