martedì 7 aprile 2026

La Pasqua delle beffe: tra retorica di regime e macerie economiche

di Giovanni Barbera

C’è un’immagine che, in queste festività di Pasqua, stride ferocemente con la realtà vissuta da milioni di cittadini ed è quella di una Presidenza del Consiglio che, dai palazzi dorati del Golfo o attraverso video social sapientemente costruiti, tenta di vendere una narrazione di stabilità e sicurezza nazionale che non trova alcun riscontro nelle tasche degli italiani. Le cartoline bucoliche diffuse dalla Premier Giorgia Meloni per augurare una Pasqua di serenità non sono solo un esercizio di stile, ma rappresentano l’insulto finale a un Paese che, al rientro dalle brevi festività, si ritroverà immerso in una vera e propria economia di guerra, schiacciato tra rincari energetici insostenibili e un cappio finanziario che si stringe ogni giorno di più sulle famiglie e sulle piccole imprese.

Mentre la Premier rivendica con orgoglio la sua missione diplomatica in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, spacciandola come la chiave magica per la nostra futura indipendenza, i dati reali diffusi nelle ultime ore dall’Ansa ci consegnano una verità ben più amara e concreta. Mentre si parla di accordi strategici a migliaia di chilometri di distanza, nelle stazioni di servizio italiane si consuma uno sciacallaggio senza precedenti che il Governo finge di non vedere. Il prezzo del gasolio ha sfondato la quota psicologica dei due euro, arrivando a toccare i 2,13 euro al litro in modalità servito, mentre la benzina si attesta stabilmente sopra gli 1,77 euro. Tutto ciò nonostante la riduzione delle accise. È l'evidenza plastica del fallimento di un sovranismo di facciata che finisce esattamente dove inizia il tubo di un gasdotto o la borsa dei carburanti. Questo esecutivo resta a guardare mentre la speculazione energetica svuota i risparmi dei cittadini proprio nei giorni in cui il diritto alla mobilità dovrebbe essere garantito e non tassato come un lusso per pochi privilegiati.

mercoledì 1 aprile 2026

Governo Meloni, la tempesta perfetta: tra l'onda d'urto del Referendum e lo spettro dello shock energetico

di  Federico Rotondi

Il quadro della stabilità governativa appare oggi sensibilmente mutato rispetto a solo poche settimane fa. Il verdetto del referendum sulla giustizia del 23 marzo, che ha visto prevalere il No con il 53,7%, sembra aver innescato una reazione a catena all'interno della maggioranza. Quella che ufficialmente viene definita una fase di rinnovamento si sta traducendo in una serie di scossoni ai vertici di Fratelli d’Italia e Forza Italia, proprio mentre il Paese si trova a gestire una congiuntura economica resa critica dai nuovi rincari energetici legati alle tensioni internazionali.

Lo strappo di Santanchè e la crisi della disciplina di partito

Al centro di questo terremoto politico si staglia la figura di Daniela Santanchè. La cronaca di questi giorni ha registrato un fatto mai visto prima nella storia recente della destra italiana: una tentata resistenza pubblica e ostinata da parte di un Ministro di fronte al pressing di Palazzo Chigi. La Santanchè ha sfidato apertamente la richiesta di dimissioni di Giorgia Meloni, rivendicando la propria autonomia e rifiutando di farsi commissariare dalle vicende giudiziarie. Questa resistenza durata 24 ore e culminata il 25 marzo con le dimissioni, ha segnato una rottura profonda. Santanchè non si è limitata a difendersi, ma ha trasformato il suo ufficio in un fortino, inviando messaggi chiari alla Premier. La lettera finale di congedo, con quel passaggio sui conti pagati non solo per se stessa, è l'ultimo atto di questa opposizione interna. Un avvertimento diretto e minaccioso alla leadership di Fratelli d’Italia.

sabato 21 marzo 2026

L’azzardo di Washington: perché la guerra all’Iran mira a Pechino e Mosca

 di Giovanni Barbera


La guerra che Stati Uniti e Israele hanno aperto contro l’Iran non può essere derubricata a semplice “nuovo fronte” in un Medio Oriente cronicamente instabile. Siamo di fronte al punto di intersezione tra più linee di frattura storiche: la crisi strutturale dell'egemonia statunitense, la competizione strategica globale con la Cina, il consolidamento dell'asse militare tra Iran e Russia e la funzione di Israele come perno di un ordine regionale che non accetta il tramonto dell’unipolarismo. Se guardiamo questa crisi pezzo per pezzo, sembra l’ennesima crisi locale; se la guardiamo nel suo insieme, appare per quello che è: il tassello decisivo di una transizione violenta verso un conflitto di dimensioni sistemiche e globali. Gli Stati Uniti vivono da decenni una crisi di potere che non è solo economica o finanziaria, ma di capacità di comando politico. Il modello di dominio assoluto nato nel secondo dopoguerra e trionfante dopo il 1989 è ormai logoro. Washington ha perso il monopolio industriale, non controlla più in solitaria le grandi istituzioni finanziarie globali e fatica a dettare l’agenda a interi continenti che, un tempo, erano considerati il suo "cortile di casa". In questo vuoto di egemonia, la Cina è emersa come il principale concorrente sistemico. Pechino produce, commercia, finanzia e costruisce infrastrutture, offrendo una sponda concreta a quei Paesi che per decenni hanno avuto come unico riferimento il Fondo Monetario Internazionale e il Dipartimento di Stato degli USA. Laddove gli Stati Uniti non riescono più a convincere o a integrare economicamente, la loro politica estera si è progressivamente militarizzata. La guerra diventa l'unico strumento rimasto per tentare di congelare un ordine mondiale che sta scivolando via. Dove non arriva il dollaro, si prova a far arrivare il missile.

martedì 17 marzo 2026

Roma non è un feudo: Palantir, Thiel e la guerra dei dati nella capitale

 
di Giovanni Barbera

Roma ha conosciuto occupazioni, liberazioni e resistenze. Non è un dettaglio retorico ricordarlo oggi, mentre nella capitale si muove una delle figure più influenti del capitalismo tecnologico globale: Peter Thiel, cofondatore di PayPal e di Palantir Technologies. La sua presenza tra incontri riservati e conferenze chiuse solleva domande concrete sul ruolo delle grandi aziende tecnologiche nella gestione delle infrastrutture pubbliche e militari italiane, e sul grado di trasparenza con cui lo Stato affida a soggetti privati dati e decisioni strategiche.

A rompere il silenzio è stato anche il flash mob organizzato dai movimenti domenica 15 marzo a Roma, davanti al Ministero della Difesa. Non si tratta soltanto della visita di un miliardario americano, ma della messa in discussione di un intero sistema di relazioni politiche, militari e tecnologiche in cui Thiel e Palantir giocano un ruolo centrale. L’iniziativa di protesta ha riportato al centro del dibattito pubblico la questione del controllo democratico sulle infrastrutture digitali e sui dati strategici, troppo spesso affidati a soggetti privati senza alcun dibattito parlamentare o pubblico.

venerdì 2 gennaio 2026

Tra austerità e propaganda: la legge di bilancio che ha diviso la maggioranza

 di Giovanni Barbera

L’approvazione della legge di bilancio 2026 conferma in modo netto ciò che viene denunciato da tempo: il centrodestra al governo è attraversato da profonde contraddizioni interne, ma soprattutto è incapace di dare risposte reali ai bisogni sociali del Paese. Dietro la retorica della “responsabilità”, della “stabilità” e della “difesa dell’interesse nazionale”, la maggioranza ha approvato una manovra che non segna alcuna discontinuità rispetto alle politiche di austerità, accettando pienamente i vincoli europei e scaricando i costi su lavoratori, pensionati e ceti popolari.

La legge di bilancio 2026, più che uno strumento di programmazione economica, si è rivelata un terreno di scontro interno al centrodestra, segnato da mediazioni al ribasso e compromessi opachi tra interessi divergenti e identità politiche in competizione permanente. Ma al di là delle tensioni tra alleati, ciò che emerge con chiarezza è che queste divisioni non hanno prodotto alcuna correzione di rotta sul piano sociale: il risultato finale è una manovra regressiva, che aggrava le disuguaglianze e lascia irrisolte le principali emergenze del Paese, dai salari bassi alla precarietà, dalla crisi del welfare al diritto alla casa.

Atreju, Gramsci, Pasolini: la destra e la conquista dell’egemonia culturale

 di Giovanni Barbera

Atreju non è più, da tempo, una semplice festa politica. È diventata un dispositivo complesso di costruzione dell’egemonia culturale della destra italiana, un luogo in cui il potere si rappresenta e, soprattutto, si legittima. La partecipazione di esponenti del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo e di settori politici che formalmente non appartengono alla destra di governo segnala un passaggio di fase: la destra non si limita più a governare, ma aspira a diventare senso comune. Per comprendere fino in fondo questa dinamica, le categorie di Antonio Gramsci non sono solo utili, ma necessarie.

Gramsci ci ha insegnato che il dominio moderno non si fonda prevalentemente sulla forza, bensì sulla capacità di costruire consenso, di orientare l’immaginario collettivo, di rendere “naturale” un determinato assetto sociale. È ciò che definiva egemonia: la direzione intellettuale e morale di una società. Atreju si colloca esattamente in questo solco. Non è il luogo dell’imposizione autoritaria, ma quello della pedagogia politica, in cui la destra si propone come interprete del “buonsenso”, della stabilità, dell’ordine, mentre le proprie scelte di classe vengono occultate dietro una narrazione rassicurante.

giovedì 18 dicembre 2025

La pace di Trump, le sue contraddizioni e le responsabilità dell’Unione Europea

di Giovanni Barbera

La recente proposta di pace avanzata da Donald Trump sulla guerra tra Russia e Ucraina ha riaperto un dibattito che molti governi occidentali speravano di lasciare sepolto sotto i rottami dell’escalation militare. Trump ha presentato un piano articolato, che prevede un cessate il fuoco e la prospettiva di negoziare un accordo definitivo in tempi relativamente brevi. Tuttavia, è bastata la sola evocazione di questo progetto per gettare nel panico le cancellerie europee, ormai prigioniere di un dogma: la guerra non deve finire, se non con una vittoria totale su Mosca.
Proprio questo piano, per quanto contraddittorio e mosso da logiche di potere, ha un elemento positivo: offre la possibilità concreta di fermare un conflitto che rischia di trascinare il mondo sull’orlo del precipizio nucleare. Anche se Trump agisce in un’ambiguità costante — da un lato criticando la NATO e l’interventismo europeo, dall’altro pretendendo che l’Europa si pieghi agli interessi statunitensi — il fatto che il suo piano preveda la possibilità di negoziare una pace rapida segnala che la guerra non è inevitabile.