lunedì 26 ottobre 2026

LULA VINCE CON LE ALLEANZE. MA IN ITALIA QUALCUNO CONTINUA A CONSIDERARLE UN'ERESIA

  • di Giovanni Barbera
La vittoria di Lula in Brasile è stata accolta con entusiasmo anche dalla sinistra più radicale. E ci mancherebbe altro. In un mondo nel quale le destre avanzano e il vento autoritario soffia sempre più forte, vedere Lula sconfiggere Flávio Bolsonaro è certamente una buona notizia.

C'è però un particolare sul quale varrebbe la pena soffermarsi: Lula non ha vinto da solo. E soprattutto non ha vinto tenendosi alla larga da chi non condivideva tutte le sue idee.

Ha costruito una coalizione molto ampia, nella quale convivono comunisti, socialisti, ambientalisti e forze moderate. E ha confermato come vicepresidente Geraldo Alckmin, esponente di un'area politica moderata che nel 2006 era stato addirittura il suo avversario alle elezioni presidenziali.

Insomma, Lula ha fatto proprio quello che una parte della sinistra radicale considera quasi un'eresia: ha costruito uno schieramento capace di andare ben oltre i confini della sinistra.
Sarebbe sbagliato attribuire la vittoria di Lula soltanto alle alleanze, ignorando la sua storia di lotte sindacali, il radicamento popolare e le conquiste sociali dei suoi governi. Ma sarebbe altrettanto sbagliato contrapporre questa storia alla scelta di costruire una coalizione ampia. Nell'esperienza brasiliana, mobilitazione sociale, identità politica e alleanze hanno rappresentato dimensioni complementari di una stessa strategia.

Una scelta sulla quale dovrebbe riflettere chi oggi festeggia Lula e contemporaneamente guarda con sospetto qualsiasi ipotesi di convergenza democratica in Italia.

La storia del movimento comunista, del resto, è anche la storia delle alleanze costruite quando le circostanze lo richiedevano. Basti pensare ai fronti popolari o alla Resistenza italiana, nella quale comunisti, socialisti, cattolici democratici e liberali antifascisti combatterono insieme, pur avendo idee molto diverse sul futuro del Paese.

Nessuno pretendeva che diventassero tutti comunisti. E nessuno pensava che l'unità contro il fascismo comportasse necessariamente la rinuncia alle proprie convinzioni.

La storia ci insegna, però, anche un’altra cosa: le classi dirigenti liberali ebbero responsabilità decisive nell’ascesa del fascismo. Una parte di esse ne favorì apertamente l’affermazione, considerandolo uno strumento per reprimere il movimento operaio, contenere le lotte sociali e difendere i propri privilegi economici e politici. Di fronte all’avanzata fascista, tuttavia, il mondo liberale non rimase compatto: mentre una parte sostenne o si adattò al nuovo regime, un’altra scelse la strada dell’opposizione e dell’antifascismo, fino a partecipare alla lotta per la riconquista delle libertà democratiche.

È una contraddizione che può riproporsi anche oggi, di fronte all'avanzata delle destre autoritarie. Il compito di una forza comunista è saperla leggere, distinguendo tra chi contribuisce alla deriva autoritaria e chi può essere coinvolto in un fronte per contrastarla.

È anche il senso della strategia del fronte democratico e costituzionale che Rifondazione Comunista sta portando avanti. Non si tratta di sciogliersi nel cosiddetto “campo largo”, né di mettere tra parentesi le nostre posizioni sulla guerra, sul riarmo, sulle politiche economiche o sui diritti sociali. Si tratta di costruire una convergenza capace di fermare le destre, conservando la nostra autonomia politica.

Abbiamo davanti un governo che non si limita a portare avanti politiche favorevoli ai settori più forti della società. Con la successione dei decreti sicurezza, l'inasprimento delle pene e il crescente ricorso a misure preventive nei confronti di chi manifesta, il governo Meloni sta intervenendo anche sul terreno delle libertà democratiche.

Un fronte democratico, tuttavia, non può ridursi a un accordo tra partiti. Deve coinvolgere il mondo del lavoro, i movimenti, le organizzazioni sociali e quella parte del Paese che paga il prezzo di salari bassi, precarietà, affitti insostenibili e servizi pubblici sempre più in difficoltà.

La difesa della Costituzione non può essere separata dalle condizioni materiali di vita delle persone. Ed è proprio qui che la sinistra comunista può svolgere un ruolo importante, portando dentro un'alleanza più ampia le ragioni della pace, del lavoro e della giustizia sociale.

Naturalmente, si può discutere dei limiti dell'esperienza di Lula, delle contraddizioni della sua coalizione e dei compromessi che una maggioranza così eterogenea comporta. Una vittoria elettorale non equivale al superamento dei rapporti di potere esistenti, né rende automaticamente condivisibili tutte le scelte di governo.

Ma c'è una differenza tra criticare nel merito una strategia di alleanze e rifiutare le alleanze per principio.

Ed è qui che nasce una domanda: perché una coalizione con forze moderate viene considerata una prova di intelligenza politica quando la costruisce Lula, mentre una strategia di fronte democratico diventa motivo di scandalo quando a proporla è Rifondazione Comunista?

Brasile e Italia non sono la stessa cosa. Ma le differenze tra i due Paesi dovrebbero servire a discutere le forme concrete delle alleanze, non a escluderle in partenza.

Da troppo tempo la sinistra comunista italiana vive una condizione di debolezza e marginalità. Possiamo continuare a denunciare, spesso giustamente, le contraddizioni del capitalismo e le responsabilità delle classi dominanti. Ma se non riusciamo a trasformare le nostre ragioni in consenso, organizzazione e capacità di incidere, rischiamo di avere ragione senza cambiare nulla.

La radicalità di una forza comunista non si misura dalla distanza che riesce a mantenere dagli altri, ma dalla sua capacità di modificare i rapporti di forza nella società.

Per i comunisti, il problema non dovrebbe essere quello di avere ragione da soli, ma di costruire la forza necessaria per cambiare le cose.