di Giovanni Barbera
L'intervista rilasciata da Elly Schlein al Foglio ha riacceso il dibattito sulla politica estera del Partito Democratico, in particolare sul sostegno militare all'Ucraina. Per diversi commentatori e per una parte della sinistra, quelle dichiarazioni rappresenterebbero la dimostrazione definitiva che un eventuale governo del campo progressista proseguirebbe senza variazioni la linea dell'attuale esecutivo.
È una lettura che, oltre a semplificare una realtà politica assai più complessa, rischia di produrre un effetto concreto e controproducente: alimentare sfiducia proprio tra quell'elettorato che considera la pace, la diplomazia e il rispetto del diritto internazionale elementi decisivi della propria scelta politica.
Paolo Mieli ha osservato che la questione ucraina costituisce il principale fattore di divisione del futuro campo progressista. L'osservazione è condivisibile. Ma proprio da questa premessa discende una conclusione diversa da quella cui approdano molti commentatori.
La realtà dei numeri: perché il PD non può imporre la propria linea
Se l’Ucraina rappresenta il terreno di scontro più insidioso nel potenziale cantiere dell'alternativa, l'ipotesi che il Partito Democratico possa semplicemente dettare la linea a proprio piacimento sbatte direttamente contro la realtà dei numeri parlamentari. In una coalizione plurale, pensare che il PD possa imporre d'autorità la propria politica estera al resto dell'alleanza è pura illusione ottica.
L'indirizzo di un eventuale governo di centro-sinistra non potrà mai essere la rigida trasposizione della linea del Nazareno, ma dovrà necessariamente nascere da una sintesi politica faticosamente negoziata tra tutte le componenti della maggioranza. È la regola base di qualsiasi sistema parlamentare: chi non ha i numeri per governare da solo, non ha neanche i numeri per decidere da solo.
In questo quadro, il Partito Democratico si troverà di fronte ad alleati che non solo non hanno alcuna intenzione di fare i passacarte, ma che sul piano dei numeri pesano quanto, e potenzialmente persino più, del PD stesso.
Considerando il peso elettorale complessivo delle forze apertamente contrarie all'invio delle armi e alla logica del riarmo — dal Movimento 5 Stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra, fino alle altre componenti del fronte pacifista e della sinistra alternativa, tra cui speriamo vivamente ci sia anche Rifondazione Comunista —, ci si trova di fronte a un blocco politico che equivale, se non supera, la percentuale dello stesso Partito Democratico. M5S e AVS chiedono da tempo una svolta radicale che rimetta la diplomazia e il negoziato al centro dell'iniziativa italiana. Non parliamo dunque di comparse o di un'area marginale, ma della metà dell’intera alleanza.
Senza l'apporto decisivo di questo fronte, qualsiasi ipotesi di maggioranza alternativa alla destra semplicemente crolla. È un’aritmetica che smentisce alla radice l'idea di un PD "dominante": in un eventuale tavolo negoziale, le forze contrarie al proseguimento della linea attuale avranno la leva politica necessaria non solo per frenare, ma per imporre un cambio di marcia sulla politica estera e sui punti ritenuti non negoziabili.
Le coalizioni, del resto, non nascono per sottomettere i partner al partito di maggioranza relativa, né procedono per inerzia. Funzionano attraverso una mediazione serrata in cui il consenso portato da ciascuna sigla definisce le scelte di fondo. In questo quadro, il Nazareno non avrà alcuna possibilità di cannibalizzare il dibattito o imporre a piè pari la propria visione, dovendo cedere il passo a una sintesi che rifletta il peso determinante di chi rifiuta la logica della guerra.
Senza contare un altro elemento fondamentale: neppure il Partito Democratico è un monolite. Al suo interno convivono sensibilità, correnti e rappresentanze autorevoli che sulla guerra, sulle spese militari e sulla centralità della diplomazia non la pensano in maniera poi così differente da noi. Pretese di egemonia bellicista o appiattimenti sul riarmo incontrerebbero resistenze fortissime e dubbi profondi persino nella base e nei gruppi parlamentari del Nazareno.
Le differenze reali con la destra e il ruolo delle sintesi politiche
C'è poi un ulteriore elemento che troppo spesso viene rimosso dal dibattito. La segreteria guidata da Elly Schlein si è espressa contro l'obiettivo del 5% del PIL destinato alla spesa militare richiesto dalla NATO, sostenendo che quelle risorse dovrebbero essere investite nella sanità pubblica, nella scuola, nel lavoro e nelle politiche sociali. Ha inoltre distinto la prospettiva di una difesa comune europea dalla logica di una corsa indiscriminata al riarmo.
Anche su altri scenari internazionali il PD ha assunto posizioni significativamente diverse da quelle della destra italiana: ha criticato ferocemente le iniziative militari dell'amministrazione Trump, ha denunciato le violazioni del diritto internazionale e, sulla tragedia di Gaza, ha chiesto il cessate il fuoco, il pieno accesso agli aiuti umanitari e il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Queste posizioni possono essere considerate insufficienti da chi ritiene necessario un cambiamento più radicale sulla guerra in Ucraina. Ma dimostrano che la linea della segreteria Schlein non è assimilabile a quella delle destre, che hanno fatto del riarmo e dell'aumento della spesa militare una scelta politica esplicita e rivendicata. Proprio per questo sarebbe un errore trasformare un'intervista nella fotografia della futura politica estera del campo progressista.
È in questo quadro che assume particolare rilievo la figura di Goffredo Bettini. Bettini non è soltanto uno storico dirigente della sinistra moderata, ma è uno dei principali artefici della strategia politica che ha portato alla costruzione del campo progressista ed è, da anni, uno degli interlocutori più influenti nel dibattito interno al Partito Democratico. Per questo le sue recenti prese di posizione meritano attenzione.
Negli ultimi mesi Bettini ha sostenuto la necessità che il Partito Democratico sviluppi una riflessione più avanzata sulla guerra in Ucraina e sul ruolo dell'Europa. Ha indicato l'esigenza che l'Unione europea recuperi una funzione autonoma di iniziativa diplomatica e di costruzione della pace, superando una prospettiva incentrata sulla dimensione militare. Non si tratta di una posizione marginale, ma dell'indicazione di una possibile evoluzione della linea politica del PD, coerente con la costruzione di un programma condiviso con le altre forze del campo progressista.
Del resto, le divisioni sull'Ucraina non riguardano soltanto l'Italia. Attraversano l'intera sinistra europea e dimostrano che il confronto non può essere ridotto alla caricatura tra "pacifisti" e "atlantisti". Esistono culture politiche differenti che condividono gli stessi valori democratici ma propongono strumenti diversi per costruire la pace.
L'opportunismo settario e la trappola del "sono tutti uguali"
Il vero problema, allora, non è l'intervista di Elly Schlein. Il vero problema è la malafede politica e l'opportunismo settario con cui quell'intervista viene utilizzata.
C'è chi non aspetta altro che un pretesto non per discutere nel merito, ma per proclamare la solita, comoda resa: la tesi rinunciataria secondo cui un’alternativa alla destra semplicemente non è possibile. Si confonde deliberatamente — e in spregio alle basi elementari della democrazia parlamentare — la posizione del segretario di un singolo partito con quella che sarà necessariamente la sintesi di una maggioranza plurale.
Criticare la linea del Partito Democratico sull'Ucraina è non solo legittimo, ma doveroso, specie da sinistra. Ma un conto è esercitare un'opposizione politica per spostare l'asse politico del futuro governo e condizionare le scelte; un altro è usare quella critica come alibi per urlare il classico "sono tutti uguali" e tirarsi fuori dai giochi.
Anche senza voler entrare in un esecutivo, chi sta a sinistra ha il dovere politico e strategico di favorire un Parlamento in cui la diplomazia, il diritto internazionale e il no al riarmo abbiano uno spazio concreto, anziché zero. Chi si rifugia nell'intransigenza solitaria e nella demonizzazione dell'alleanza sta compiendo una scelta dalle conseguenze devastanti: allontana l'elettorato pacifista, frammenta le forze e lavora, nei fatti, come il miglior alleato della destra.
Sarebbe un paradosso tragico e un fallimento totale. Nel disperato tentativo di esibire la propria presunta purezza ideologica e marchiare come "insufficiente" chiunque non ripeta i propri slogan, il settarismo si rinchiude nell'impotenza, offrendo un assist formidabile a chi la guerra la vuole davvero. Chi sceglie la strada del disfattismo da salotto non sta difendendo la pace: sta spianando la strada a governi che hanno fatto del riarmo a oltranza e dell'economia di guerra una scelta strategica e identitaria.
La politica non è un palcoscenico per l'egoismo di chi deve esibire la propria verginità ideologica, né un confessionale per far stare in pace la propria coscienza. La vera sfida non è la comodità dell'isolamento, ma la responsabilità di costruire rapporti di forza reali. Significa anche "sporcarsi" le mani in Parlamento, oltre che fuori nelle piazze, per strappare scelte concrete: dal cessate il fuoco immediato allo stop alla corsa agli armamenti.
Continuare ad alimentare la storiella del "sono tutti uguali" per difendere una piccola e un po' risibile rendita di posizione elettorale non è coerenza: è disimpegno travestito da radicalismo.
È qui che si misura il solco tra chi lotta per cambiare le cose e chi si accontenta di fare lo spettatore sdegnato dalla propria tribuna. Chi rivendica la propria autonomia ha il dovere morale di riconoscere chi è l'avversario di classe e di sistema. Sabotare la costruzione di un'alternativa in nome di un'intransigenza dogmatica e sterile non è fermezza politica: è complicità oggettiva con le forze del riarmo e della guerra.
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