di Giovanni Barbera
Atreju non è più, da tempo, una semplice festa politica. È diventata un dispositivo complesso di costruzione dell’egemonia culturale della destra italiana, un luogo in cui il potere si rappresenta e, soprattutto, si legittima. La partecipazione di esponenti del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo e di settori politici che formalmente non appartengono alla destra di governo segnala un passaggio di fase: la destra non si limita più a governare, ma aspira a diventare senso comune. Per comprendere fino in fondo questa dinamica, le categorie di Antonio Gramsci non sono solo utili, ma necessarie.
Gramsci ci ha insegnato che il dominio moderno non si fonda prevalentemente sulla forza, bensì sulla capacità di costruire consenso, di orientare l’immaginario collettivo, di rendere “naturale” un determinato assetto sociale. È ciò che definiva egemonia: la direzione intellettuale e morale di una società. Atreju si colloca esattamente in questo solco. Non è il luogo dell’imposizione autoritaria, ma quello della pedagogia politica, in cui la destra si propone come interprete del “buonsenso”, della stabilità, dell’ordine, mentre le proprie scelte di classe vengono occultate dietro una narrazione rassicurante.
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