di Giovanni Barbera
Atreju non è più, da tempo, una semplice festa politica. È diventata un dispositivo complesso di costruzione dell’egemonia culturale della destra italiana, un luogo in cui il potere si rappresenta e, soprattutto, si legittima. La partecipazione di esponenti del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo e di settori politici che formalmente non appartengono alla destra di governo segnala un passaggio di fase: la destra non si limita più a governare, ma aspira a diventare senso comune. Per comprendere fino in fondo questa dinamica, le categorie di Antonio Gramsci non sono solo utili, ma necessarie.
Gramsci ci ha insegnato che il dominio moderno non si fonda prevalentemente sulla forza, bensì sulla capacità di costruire consenso, di orientare l’immaginario collettivo, di rendere “naturale” un determinato assetto sociale. È ciò che definiva egemonia: la direzione intellettuale e morale di una società. Atreju si colloca esattamente in questo solco. Non è il luogo dell’imposizione autoritaria, ma quello della pedagogia politica, in cui la destra si propone come interprete del “buonsenso”, della stabilità, dell’ordine, mentre le proprie scelte di classe vengono occultate dietro una narrazione rassicurante.
Il salto di qualità rispetto al passato è evidente. La destra post-fascista ha abbandonato l’isolamento identitario per costruire una rete di relazioni culturali e mediatiche che le consente di parlare a pubblici molto più ampi. Scrittori, attori, intellettuali mediatici, opinionisti televisivi partecipano ad Atreju non come comparse, ma come elementi funzionali alla legittimazione del quadro ideologico complessivo. In termini gramsciani, svolgono una funzione analoga a quella degli intellettuali organici: contribuiscono a saldare un nuovo blocco storico reazionario, capace di tenere insieme neoliberismo economico, nazionalismo identitario e autoritarismo politico.
In questo contesto si inserisce anche il tentativo, sempre più esplicito, della destra di appropriarsi simbolicamente di figure come Antonio Gramsci e Pier Paolo Pasolini. Un’operazione tutt’altro che ingenua. Citare Gramsci, svuotandolo della sua radicalità comunista e rivoluzionaria, serve a legittimare l’idea che l’egemonia culturale sia un terreno neutro, contendibile da chiunque, separabile dai rapporti di produzione e dal conflitto di classe. È un Gramsci ridotto a teorico della comunicazione, a manuale di marketing politico, depurato dalla sua critica feroce al capitalismo e allo Stato borghese.
Allo stesso modo, Pasolini viene sistematicamente decontestualizzato e piegato a una narrazione reazionaria. La sua critica alla modernizzazione capitalistica, al consumismo e all’omologazione culturale viene estrapolata per alimentare un discorso nostalgico, identitario, persino moralista, che nulla ha a che fare con il Pasolini comunista, eretico, scandaloso, radicalmente antagonista al potere. La destra si appropria di Pasolini per legittimare la propria guerra culturale contro i diritti, contro le libertà, contro ogni forma di conflitto sociale organizzato.
Questa operazione di appropriazione simbolica è parte integrante della strategia egemonica. Gramsci lo aveva previsto: ogni classe dominante, per consolidare il proprio potere, tende a incorporare e neutralizzare gli elementi più radicali della cultura antagonista, trasformandoli in icone innocue. È ciò che sta avvenendo oggi, in un contesto di profonda crisi della sinistra, che ha abbandonato il terreno della battaglia culturale lasciando campo libero all’avversario.
Atreju diventa così il luogo in cui questa egemonia si manifesta in forma compiuta. La destra detta i temi del dibattito pubblico, stabilisce ciò che è dicibile e ciò che è radicale, ciò che è “responsabile” e ciò che è “ideologico”. La presenza di politici di altri schieramenti, o il loro silenzio, rafforza l’idea che non esistano più alternative di sistema, ma solo variazioni interne a un unico orizzonte possibile. È la chiusura dell’interregno di cui parlava Gramsci, a favore di un nuovo ordine reazionario.
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre il governo porta avanti politiche profondamente anti sociali: precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare, repressione del dissenso, criminalizzazione della povertà. Eppure, grazie alla forza dell’egemonia culturale, queste scelte vengono percepite come inevitabili, persino necessarie. Il conflitto di classe scompare dal discorso pubblico, sostituito da una narrazione morale e identitaria.
In assenza di questa ricostruzione, la destra continuerà a occupare anche i simboli della tradizione critica, trasformando Gramsci e Pasolini in maschere innocue di un potere che essi avrebbero combattuto senza ambiguità. Atreju, allora, non sarà solo una festa politica, ma il simbolo di una sconfitta più profonda: quella di una sinistra che ha smesso di lottare per l’egemonia e, così facendo, ha lasciato alla destra il compito di raccontare il mondo.
Rompere questa egemonia non sarà possibile con scorciatoie comunicative né con operazioni cosmetiche. Gramsci è chiarissimo: quando una classe dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come senso comune, la risposta non può essere una semplice “contro-narrazione” episodica, ma una vera e propria guerra di posizione. Una lotta lunga, stratificata, che attraversa la società civile, i luoghi della formazione, dell’informazione, della cultura e dell’organizzazione sociale. È esattamente ciò che oggi manca alla sinistra.
Ricostruire una contro-egemonia significa innanzitutto tornare a intrecciare questione sociale e questione culturale, rompendo la separazione artificiale tra lotte materiali e battaglia delle idee. Senza conflitto sociale organizzato, la cultura si riduce a testimonianza minoritaria; senza una visione del mondo alternativa, il conflitto resta frammentato e difensivo. Gramsci parlava della necessità di formare un intellettuale collettivo, non una somma di figure individuali, ma un soggetto politico capace di elaborare, tradurre e diffondere un progetto di trasformazione radicato nei bisogni reali delle classi subalterne.
Questo implica una rottura netta con l’idea che l’egemonia si conquisti semplicemente occupando gli stessi spazi della destra o adottandone i linguaggi. Al contrario, si tratta di costruire spazi autonomi, luoghi di produzione culturale indipendente, non subordinati alle logiche del mercato o del potere istituzionale. Case del popolo, circoli, spazi sociali, reti territoriali, editoria militante, formazione politica diffusa: strumenti che non sono residui nostalgici del Novecento, ma condizioni materiali per riaprire una battaglia egemonica oggi.
Una risposta all’altezza deve anche smascherare senza ambiguità l’operazione di appropriazione simbolica portata avanti dalla destra. Restituire Gramsci e Pasolini alla loro radicalità significa rimettere al centro il conflitto di classe, la critica del capitalismo, la denuncia della violenza strutturale dello Stato e del potere. Non per trasformarli in icone intoccabili, ma per usarli come strumenti vivi di analisi e di lotta. Ogni tentativo di neutralizzazione culturale va contrastato mostrando la distanza insanabile tra il pensiero di questi autori e le politiche reazionarie oggi dominanti.
Ma la risposta non può limitarsi al piano culturale. Senza una ricostruzione politica e organizzativa, la contro-egemonia resta un esercizio astratto. Gramsci insisteva sul nesso tra partito, organizzazione e direzione politica. Oggi questo significa lavorare alla ricomposizione di un fronte sociale e territoriale capace di tenere insieme lavoro povero, precarietà, marginalità urbana, questione abitativa, lotte ambientaliste e pacifiste. È in questi conflitti concreti che può rinascere una nuova egemonia, non nei salotti televisivi o nei festival patrocinati dal potere.
Infine, rompere l’egemonia della destra significa avere il coraggio di rompere con il realismo subalterno che ha paralizzato la sinistra negli ultimi decenni. Accettare come “inevitabili” le compatibilità economiche, la guerra, il riarmo, la precarizzazione, significa accettare il quadro ideologico imposto dal blocco dominante. Gramsci lo definiva trasformismo: l’assorbimento delle opposizioni all’interno dell’ordine esistente. Contro questo, serve una radicalità nuova, capace di parlare al presente senza rinunciare alla prospettiva di trasformazione.
Se Atreju rappresenta oggi il simbolo di una destra che ha saputo farsi egemone perché ha saputo pensarsi come forza culturale, la risposta non può che essere altrettanto ambiziosa. Non una testimonianza minoritaria, ma la costruzione paziente di una alternativa di società, capace di rimettere in discussione il senso comune dominante e di restituire alle classi subalterne non solo diritti, ma immaginazione politica. È su questo terreno che si gioca la partita decisiva. Tutto il resto è adattamento.
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