di Massimo Piermarini
Il lavoro è sempre presente nell’orizzonte del modo di produzione capitalistico. Esso
certamente non ha più nulla a che fare, se ci riferiamo alle sue determinazioni extra-
economiche, con l’idea produttivistica dello sviluppismo e con la cosiddetta “ideologia
del lavoro”. Nel capitalismo attuale, nel quale la componente cognitiva acquista sempre
più importanza, intervengono importanti innovazioni che interessano lo statuto del
lavoro vivo. Infatti, la produzione della ricchezza avviene tramite la conoscenza stessa,
grazie all’attività cognitiva e relazionale dei soggetti.
Capacità cognitive e attività di relazione sono diventate due facce della stessa medaglia,
inscindibili una dall’altra, e stanno alla base del general intellect, ovvero
dell’intellettualità diffusa, già preconizzato da Marx nei Grundrisse (1) . Quello che Marx
chiamava general intellect è la nuova fonte principale di (plus)valore ma è perché
diventi produttivo ha bisogno dunque di «spazio», cioè di un luogo, sia pur virtuale, in
cui sviluppare una rete di relazioni. Altrimenti, se resta incorporato nella singola
persona, diventa fine a sé stesso. Magari attua un processo di valorizzazione individuale
ma non il si realizza come valore di scambio per l’accumulazione della ricchezza, cioè
non funziona come una «merce».