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venerdì 2 gennaio 2026

Tra austerità e propaganda: la legge di bilancio che ha diviso la maggioranza

 di Giovanni Barbera

L’approvazione della legge di bilancio 2026 conferma in modo netto ciò che viene denunciato da tempo: il centrodestra al governo è attraversato da profonde contraddizioni interne, ma soprattutto è incapace di dare risposte reali ai bisogni sociali del Paese. Dietro la retorica della “responsabilità”, della “stabilità” e della “difesa dell’interesse nazionale”, la maggioranza ha approvato una manovra che non segna alcuna discontinuità rispetto alle politiche di austerità, accettando pienamente i vincoli europei e scaricando i costi su lavoratori, pensionati e ceti popolari.

La legge di bilancio 2026, più che uno strumento di programmazione economica, si è rivelata un terreno di scontro interno al centrodestra, segnato da mediazioni al ribasso e compromessi opachi tra interessi divergenti e identità politiche in competizione permanente. Ma al di là delle tensioni tra alleati, ciò che emerge con chiarezza è che queste divisioni non hanno prodotto alcuna correzione di rotta sul piano sociale: il risultato finale è una manovra regressiva, che aggrava le disuguaglianze e lascia irrisolte le principali emergenze del Paese, dai salari bassi alla precarietà, dalla crisi del welfare al diritto alla casa.

mercoledì 10 settembre 2025

Bolle speculative e riarmo: l’Europa tra crisi sociale e rischio nucleare

di Giovanni Barbera

Liquidità e crisi annunciate

Nel 2025 la finanza globale rischia di esplodere in una nuova crisi. La differenza, rispetto al passato, è che tecnologia e riarmo militare si intrecciano, trasformando risorse pubbliche e private in asset speculativi. La Federal Reserve statunitense ha mantenuto a luglio 2025 il tasso di riferimento al 4,25%, mentre la BCE lo ha ridotto al 2% a giugno dello stesso anno,. Non si tratta di livelli bassi in senso assoluto, ma le banche centrali li presentano comunque come strumenti per sostenere la crescita. In realtà, la loro politica monetaria non produce un rilancio degli investimenti produttivi. La liquidità immessa continua a confluire prevalentemente nei mercati finanziari, alimentando speculazione e rendite, piuttosto che nell’economia reale. Negli anni Novanta, prima della bolla dot-com, e tra il 2002 e il 2007, prima della crisi dei mutui subprime, le banche centrali adottarono strategie simili, con esiti disastrosi.

Nel 2000 lo scoppio della bolla tecnologica bruciò 5.000 miliardi di dollari, mentre nel 2008 il crollo dei mutui subprime provocò la più grave crisi dalla Grande Depressione. In entrambi i casi, la finanza aveva costruito castelli di carta scollegati dalla produzione reale. Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma in scala più ampia e con strumenti ancora più complessi: ETF, derivati sull’IA, fondi di private equity iper-leveraggiati.

sabato 16 agosto 2025

Inflazione reale e retorica di governo: come il carrello della spesa racconta l’impoverimento di milioni di famiglie

di Giovanni Barbera*

I dati pubblicati dall’Istat delineano una realtà molto più grave di quella propagandata dal Governo Meloni. L’inflazione generale resta stabile all’1,7% annuo a luglio, ma la vera emergenza riguarda il carrello della spesa, composto da alimentari e beni di prima necessità, che aumenta del 3,2% su base annua, in crescita rispetto al 2,8% di giugno. Un segnale chiaro di come le classi popolari e medie siano sempre più penalizzate da un’inflazione “selettiva”, che colpisce ciò che non si può evitare.

Contemporaneamente, i salari nominali registrano timidi segnali positivi: nel periodo gennaio–giugno 2025 la retribuzione oraria media è cresciuta del 3,5% rispetto allo stesso semestre del 2024. Tuttavia, questo aumento non si traduce in un effettivo miglioramento del tenore di vita. Al contrario, i salari reali restano circa il 9% inferiori rispetto ai livelli di gennaio 2021, complice una fiammata inflazionistica che ha eroso gran parte degli incrementi

mercoledì 13 agosto 2025

Oltre la retorica del “neo-imperialismo creditore”: un’analisi marxista della guerra e del ruolo dell’UE

 di Giovanni Barbera

L’analisi recente di Emiliano Brancaccio sul cosiddetto “neo-imperialismo dell’Unione creditrice”, riportata in un articolo pubblicato su “Il Manifesto” del 13 agosto, parte da un dato reale: l’aumento della spesa militare europea per l’Ucraina, oggi superiore a quella statunitense. Tuttavia, da questa osservazione trae una conclusione fuorviante: quella di un avvio di una fase autonoma di “imperialismo europeo” basata sulla forza finanziaria e sulla proiezione bellica.
Da un punto di vista marxista, questa tesi presenta almeno tre debolezze fondamentali: la definizione impropria del concetto di imperialismo, la sottovalutazione della natura del conflitto in corso e l’assenza di un’analisi dei rapporti di classe che sorreggono queste dinamiche.


L’imperialismo: non solo potenza militare e saldo finanziario
Secondo la tradizione marxista — da Lenin a Luxemburg, passando per Baran e Sweezy — l’imperialismo non si riduce a un “livello di spesa militare” né a una semplice condizione di creditore netto verso il resto del mondo. Si tratta piuttosto di un processo storico radicato nella concentrazione del capitale, nella fusione tra capitale industriale e finanziario, nella spartizione del mercato mondiale e nella subordinazione delle periferie alle metropoli.

martedì 17 giugno 2025

Il carovita non molla la presa: mentre il governo mente, i cittadini stringono la cinghia.

di Giovanni Barbera*

Nel mese di maggio 2025 l’Istat ha registrato una variazione negativa dello 0,1% su base mensile e un aumento dell’1,6% su base annua dell’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC). Una lettura superficiale dei dati potrebbe far pensare che l’inflazione stia rallentando, che la “tempesta dei prezzi” sia finalmente rientrata. Ed è esattamente questa l’interpretazione che il governo Meloni e i media al suo servizio hanno subito rilanciato con entusiasmo, come a voler dire al Paese: “Va tutto bene, potete tornare tranquilli a fare la spesa”.

Peccato che la realtà quotidiana delle classi popolari dica esattamente il contrario. La cosiddetta inflazione “percepita”, ovvero quella che tocca direttamente i consumi fondamentali, continua a galoppare. Lo dimostra un dato che vale più di mille dichiarazioni ufficiali: i prezzi del carrello della spesa — che include beni alimentari, per la casa e la persona — sono aumentati a maggio del 2,7% su base annua, in ulteriore crescita rispetto al +2,6% di aprile.

Altro che “rientro dell’inflazione”: qui si sta parlando di un aggravamento della condizione materiale di milioni di persone. Aumentano i costi di pane, latte, pasta, detersivi, saponi, generi di prima necessità. Aumenti che non sono compensati da alcun intervento strutturale sul piano dei salari, delle pensioni, delle politiche sociali.

sabato 14 giugno 2025

Contro il piano di Confindustria rilanciamo una politica industriale pubblica, la giustizia sociale e il lavoro di qualità

 di Giovanni Barbera*

Le dichiarazioni rilasciate dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, durante l’assemblea di Rapallo del 14 giugno 2025, meritano una risposta politica netta. A fronte di una situazione sociale ed economica sempre più drammatica — salari bassi, precarietà diffusa, crisi ambientale e desertificazione industriale — il vertice degli industriali italiani invoca “azioni forti e immediate” a favore delle imprese. La proposta? Un fondo straordinario da 8 miliardi per incentivare l’export, misure “semplici e facili da utilizzare” per le aziende, nuovi sgravi fiscali, meno vincoli e meno regole.

Siamo di fronte all’ennesima versione aggiornata di una ricetta vecchia, già fallita e profondamente iniqua: quella di un’economia fondata sulla socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti. In altre parole: soldi pubblici senza vincoli, profitti privati senza responsabilità. 

martedì 20 maggio 2025

L’Europa e l’Italia arretrano: serve una svolta sociale!

di Giovanni Barbera*

Le previsioni economiche della Commissione Europea per il 2025 e 2026 confermano quanto denunciamo da tempo: l’assetto economico europeo, costruito su vincoli di bilancio, austerità e mercato deregolato, non è in grado di garantire né crescita stabile né giustizia sociale. La crisi non è un’anomalia, ma il risultato strutturale di un modello fallimentare.

Nel 2025, la crescita del PIL sarà dello 0,9% nell’Eurozona. Numeri bassi che segnano una stagnazione prolungata in quasi tutta l’area. Ma l’Italia va ancora peggio: +0,7% nel 2025 e +0,9% nel 2026, tra le peggiori performance in Europa, dietro solo a pochi altri Paesi. A crescere davvero sono solo le disuguaglianze. Dati che stridono con quelli riguardanti la crescita globale al di fuori della UE che, nel 2025-26, è prevista al 3,2%.

giovedì 8 maggio 2025

Stellantis: miliardi pubblici, licenziamenti privati. Governo Meloni complice.

di Giovanni Barbera*

Mentre Stellantis prosegue nel suo piano di smantellamento del settore automobilistico italiano, con oltre 1.000 uscite incentivate solo nelle ultime settimane — 50 a Pratola Serra, 300 a Pomigliano d'Arco, 200 a Termoli e ben 500 a Melfi — diventa sempre più evidente il fallimento delle politiche industriali di questo governo e la complicità dello Stato nello svuotamento produttivo del Paese.

Solo pochi mesi fa, il 17 dicembre 2023, il governo Meloni annunciava in pompa magna il cosiddetto "Piano Italia", un presunto rilancio dell’automotive nazionale. Oggi, alla prova dei fatti, quel piano si rivela per ciò che è: un insieme di annunci vuoti, mentre si allarga l’uso della cassa integrazione, mancano investimenti strutturali, e i nuovi modelli promessi non arrivano — e anche quando arrivassero, non sarebbero sufficienti a saturare gli impianti.

domenica 19 giugno 2022

Sapere e liberazione

di Massimo Piermarini

Il lavoro è sempre presente nell’orizzonte del modo di produzione capitalistico. Esso
certamente non ha più nulla a che fare, se ci riferiamo alle sue determinazioni extra-
economiche, con l’idea produttivistica dello sviluppismo e con la cosiddetta “ideologia
del lavoro”. Nel capitalismo attuale, nel quale la componente cognitiva acquista sempre
più importanza, intervengono importanti innovazioni che interessano lo statuto del
lavoro vivo. Infatti, la produzione della ricchezza avviene tramite la conoscenza stessa,
grazie all’attività cognitiva e relazionale dei soggetti.
Capacità cognitive e attività di relazione sono diventate due facce della stessa medaglia,
inscindibili una dall’altra, e stanno alla base del general intellect, ovvero
dell’intellettualità diffusa, già preconizzato da Marx nei Grundrisse (1) . Quello che Marx
chiamava general intellect è la nuova fonte principale di (plus)valore ma è perché
diventi produttivo ha bisogno dunque di «spazio», cioè di un luogo, sia pur virtuale, in
cui sviluppare una rete di relazioni. Altrimenti, se resta incorporato nella singola
persona, diventa fine a sé stesso. Magari attua un processo di valorizzazione individuale
ma non il si realizza come valore di scambio per l’accumulazione della ricchezza, cioè
non funziona come una «merce».

sabato 18 giugno 2022

Trionfo del capitalismo finanziario o riapertura della via al Socialismo?

di Silvana Niutta


A marzo del 2022, Tyler Durden, in un’intervista rilasciata a Domenico Moro, dice che “Gli Stati Uniti hanno militarizzato il dollaro limitandone l'uso da parte di paesi che l'amministrazione vuole punire, come l'Iran e la Russia. Questa è la campana a morto per il dollaro. Una valuta di riserva dovrebbe essere disponibile per tutti, non solo per le nazioni che scegliamo. I paesi di tutto il mondo si stanno rendendo conto che non ci si può fidare degli Stati Uniti e che chiunque può essere escluso dal sistema rapido per un capriccio. Le materie prime sono la base per la nuova valuta che ancora non c'è ma non sarà né il dollaro né l'euro”.

La maggior parte dei conflitti, da un secolo a questa parte, sono scoppiati per stabilire il predominio di un solo impero sul pianeta. L’Occidente anglosassone si era fatto l’idea che Cina e India sarebbero rimasti incubatrici di manodopera a basso costo, senza poter mai raggiungere l’emancipazione dall’Occidente. Cosa che invece è avvenuta in Cina, anche a livello tecnologico, e l’India sta avanzando rapidamente. I vari colpi di stato in America latina, il finanziamento dei regimi dittatoriali di molti stati africani e la fine dell’URSS, la destabilizzazione del Medio Oriente e l’avanzamento sempre di più verso i confini della Russia, sono sentori di un occidente sempre più in declino, che ha creato un potere dominante basato sui mercati azionari, le armi e il petrolio.

Basta pensare che il PIL dei BRICS è di 60 trilioni di dollari rispetto ai 37 trilioni dei paesi del G7. Il PIL dei primi è quasi interamente basato sull’esportazione di materie prime, rispetto al PIL del G7 principalmente legato a mercati azionari, armi e petrolio. 

La crisi radicata nei paesi arabi trae le sue origini dai confini a figure geometriche tracciate da Churchill e dall’egemonia delle sette sorelle che dominarono il mercato del petrolio dagli anni ‘40 fino al 1973, anno della crisi determinata dall’attacco di Egitto e Siria contro Israele. I paesi dell’Opec appoggiarono i paesi anti americani e sospesero le esportazioni del petrolio fino al 1975. Questi fatti spinsero i paesi occidentali a sfruttare altre risorse, quali il gas e l’energia nucleare.

Dalla fine del Gold standard agli accordi di Bretton Woods e il loro successivo abbandono, alla fine degli anni ‘60, l’Occidente ha trasformato progressivamente la propria economia, sganciata dalla produzione reale, agganciandola, invece, ad una liquidità monetaria senza fine gestita da pochi individui, legati principalmente ai paesi dell’Occidente anglosassone, e all’attività predatoria delle materie prime di molti paesi del sud del mondo, dove governi dittatoriali sono soggiogati dal FMI e dalla Banca mondiale, tramite il finanziamento di fondi per lo sviluppo, che li tengono per la gola. Di fatto, il finanziamento serve, in minima parte, a sorreggere i governi mentre la maggior parte viene utilizzata per l’estrazione di materie prime utili all’industria tecnologica, quasi a costo zero, per conto di grandi corporations. Non solo. L’occupazione di vaste aree agricole per piantagioni e allevamenti intensivi (land grabbing e water grabbing) da parte dei paesi predatori, ha eradicato i popoli autoctoni, costretti a emigrare verso il nord del mondo, senza mai riuscire a integrarli, per diversità culturali e per la annosa crisi economica che devasta l’occidente da circa mezzo secolo. Una crisi voluta dal modello economico neoliberista, al fine di ristabilire la leva del potere in mano a pochi eletti che avrebbero esportato il modello globalista in tutto il pianeta.

Negli ultimi anni, la militarizzazione del dollaro ed altre armi economiche sono state usate sempre più di frequente dagli Stati Uniti, ad esempio contro Russia, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Cina, Cuba, Nicaragua, Turchia, Libia, Siria e un certo numero di altri Paesi (anche contro gli alleati) e attori internazionali. Nel 2020 gli Stati Uniti erano in contrasto con la maggior parte dell’umanità in tutto il mondo.

Tuttavia, dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008-2010, il processo di de-dollarizzazione ha iniziato ad accelerare il passo nell’economia mondiale. Come si è visto in precedenza, il processo di de-dollarizzazione comporta anche un significato politico e militare e gli ultimi avvenimenti bellici nel cuore dell’Europa ce lo confermano, la deindustrializzazione dei paesi europei, principalmente trasformatori delle materie prime e la digitalizzazione, che ci stanno portando verso il grande reset, come enunciato dal presidente del forum economico di Davos.

Le politiche di privatizzazione degli asset pubblici strategici, i capi di governo dei vari stati e delle istituzioni sovranazionali (nominati e imposti secondo il nuovo modello dei Chicago Boys, diffusori della dottrina monetarista, e spesso appartenenti a think tank o masterizzati nelle varie università di Yale o della London school of economics), la difficoltà dei politicanti dei paesi influenzati dal dominio economico e militare statunitense di recidere il cordone ombelicale, sta facendo precipitare nel baratro, alla stregua dei paesi del terzo mondo, anche i paesi europei, e  in principal modo l’Italia, costretti ad applicare le sanzioni alla Russia, lasciando così morire l’economia e l’industria nazionale. 

Le classi politiche dominanti corrotte sono ormai incapaci di prendere decisioni contrastanti il modello liberista e la popolazione vive gravi situazioni di disagio e difficoltà economiche sempre più pressanti. Questa continua stretta del cappio attorno al collo di intere famiglie e lavoratori dovrebbe essere sul punto di spezzarsi. Al momento l’astensione dai seggi elettorali aumenta, ma una nuova classe politica, in grado di trainare le masse verso il riscatto dai continui soprusi subiti, fa fatica a decollare.

Secondo quanto sostiene Michael Hudson, “questo rappresenta l’apice della strategia politica del “capitalismo finanziario”: “catturare il settore pubblico e trasferire il potere monetario e bancario” a Wall Street, alla City di Londra e ad altri centri finanziari occidentali. L’intero Sud del mondo riconoscerà facilmente il modus operandi imperiale: “La strategia dell’imperialismo militare e finanziario degli Stati Uniti consiste nell’instaurare oligarchie e dittature clienti, e alleati arrugginiti per unirsi alla lotta contro avversari designati sovvenzionando non solo i costi di guerra dell’impero, ma anche i programmi di spesa interna della nazione imperiale”. Questa è l’antitesi del mondo multipolare auspicato da Russia e Cina”.

Così il peso del giogo si fa sempre più pressante fra i popoli del sud del mondo che hanno smesso di credere alla beneficenza delle grandi corporations presenti sui territori, avendo pagato con la vita, lo sfruttamento e lo schiavismo le politiche imposte dai potenti occidentali e si estende anche al resto del mondo, soprattutto ai paesi satelliti degli USA.

Con il libro “Il destino della civiltà: capitalismo finanziario, capitalismo industriale o socialismo”, Michael Hudson, uno dei principali economisti indipendenti del mondo, ci ha fornito probabilmente il manuale definitivo su dove siamo, chi comanda e se possiamo aggirarli.

La politica parassitaria statunitense, dalla caduta del muro di Berlino fino all’arrivo di Putin, ha aperto la strada ad una nuova guerra fredda condotta, non solo contro la Russia e la Cina, “ma contro tutti i paesi che si oppongono alla privatizzazione e alla finanziarizzazione sotto il patrocinio degli Stati Uniti”.

La domanda che oggi dobbiamo porci è se vogliamo che “denaro e credito, terra, risorse naturali e monopoli siano privatizzati e concentrati nelle mani di un’oligarchia rentier o usati per promuovere prosperità e crescita generali. Questo è fondamentalmente un conflitto tra il capitalismo finanziario e il socialismo come sistemi economici”.

A tal fine, Hudson propone “un programma di contro-rendita che dovrebbe essere il progetto definitivo del Sud del mondo per uno sviluppo responsabile: proprietà pubblica dei monopoli naturali; infrastruttura di base chiave in mano pubblica; autosufficienza nazionale – soprattutto, nella creazione di denaro e credito; tutela dei consumatori e del lavoro; controlli sui capitali – per impedire l’assunzione di prestiti o la denominazione di debiti in valuta estera; tasse sul reddito da lavoro come l’affitto economico; tassazione progressiva; una tassa fondiaria (“impedirà che l’aumento del valore locativo della terra sia impegnato alle banche affinché il credito aumenti i prezzi degli immobili”); utilizzo del surplus economico per investimenti di capitale tangibile; e l’autosufficienza alimentare nazionale”. Quindi, una soluzione in controtendenza al modello liberista predatorio. L’autosufficienza dei Paesi nella produzione di cibo, energia, tecnologia e altri bisogni di base e un coordinamento militare, comprendente anche la Cina, per difendersi dalla “militarizzazione del capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti” e per liberarsi del “debito dollarizzato”.

La soluzione è quella di socializzare i monopoli naturali come la terra e le risorse naturali in modo che vengano utilizzati per finanziare la crescita interna e l’edilizia abitativa, sganciandosi dalla monetarizzazione privata della finanza internazionale e riprendendo il controllo delle casse nazionali, se vogliamo andare in una direzione multipolare, come è giusto che sia, abbandonando il mercato unico globale. 

Sembrerebbe questa la via per il nuovo modello economico sociale che andrebbe a soppiantare la dittatura del dollaro e della moneta privata. Insomma, si tratterebbe di ripercorrere dei nuovi sentieri, come indicato anche dalla nostra Carta Costituzionale.

Bibliografia per approfondire:

Hudson M. - The Destiny of Civilization: Finance Capitalism, Industrial Capitalism or Socialism, 2022

Lang Q. - L' arco dell'impero. Con la Cina e gli Stati Uniti alle estremità, 2021

https://www.sinistrainrete.info/estero/22819-domenico-moro-la-guerra-e-il-declino-del-re-dollaro.html

https://L’Armageddon del dollaro USA si avvicinacomedonchisciotte.org/larmageddon-del-dollaro-usa-si-avvicina/

http://www.progettoalternativo.com/2022/03/gli-stati-uniti-hanno-militarizzato-il.html