di Giovanni Barbera*
Nel mese di maggio 2025 l’Istat ha registrato una variazione negativa dello 0,1% su base mensile e un aumento dell’1,6% su base annua dell’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC). Una lettura superficiale dei dati potrebbe far pensare che l’inflazione stia rallentando, che la “tempesta dei prezzi” sia finalmente rientrata. Ed è esattamente questa l’interpretazione che il governo Meloni e i media al suo servizio hanno subito rilanciato con entusiasmo, come a voler dire al Paese: “Va tutto bene, potete tornare tranquilli a fare la spesa”.
Peccato che la realtà quotidiana delle classi popolari dica esattamente il contrario. La cosiddetta inflazione “percepita”, ovvero quella che tocca direttamente i consumi fondamentali, continua a galoppare. Lo dimostra un dato che vale più di mille dichiarazioni ufficiali: i prezzi del carrello della spesa — che include beni alimentari, per la casa e la persona — sono aumentati a maggio del 2,7% su base annua, in ulteriore crescita rispetto al +2,6% di aprile.
Altro che “rientro dell’inflazione”: qui si sta parlando di un aggravamento della condizione materiale di milioni di persone. Aumentano i costi di pane, latte, pasta, detersivi, saponi, generi di prima necessità. Aumenti che non sono compensati da alcun intervento strutturale sul piano dei salari, delle pensioni, delle politiche sociali.