Il 13 giugno 2025 Israele ha lanciato un attacco contro obiettivi militari e nucleari in territorio iraniano. Si tratta di un’aggressione unilaterale, priva di qualsiasi legittimità giuridica, che segna un ulteriore salto di qualità nella strategia di guerra permanente del governo Netanyahu. Un attacco che rischia di innescare una drammatica escalation regionale, con conseguenze potenzialmente devastanti per il Medio Oriente e per il mondo intero.
Non siamo davanti a un “evento isolato”: questa offensiva rientra in una linea politica fondata sull’aggressione e sull’impunità. Dopo mesi di massacri a Gaza, dove le forze israeliane hanno ucciso oltre 50.000 palestinesi, colpendo infrastrutture civili, ospedali, scuole, campi profughi e convogli umanitari, Israele estende ora il conflitto colpendo uno Stato sovrano. Il tutto avviene nel silenzio complice della cosiddetta “comunità internazionale” e con l’assenso diretto o tacito delle potenze occidentali, Italia compresa.
Già nel marzo 2021, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha aperto un’inchiesta sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei Territori Occupati Palestinesi a partire dal 2014. Il procuratore capo della CPI, Karim Khan, ha ribadito il 29 ottobre 2023 che "nessuno è al di sopra della legge internazionale", sottolineando che gli attacchi indiscriminati contro civili costituiscono violazioni gravi del diritto internazionale umanitario e possono configurare crimini di guerra. Queste parole sono rimaste lettera morta per l’Occidente, che ha continuato a proteggere il governo israeliano, ostacolando ogni forma di giustizia internazionale.
Le Nazioni Unite, attraverso numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio per i Diritti Umani, hanno definito le operazioni militari israeliane a Gaza come “uso sproporzionato della forza” e “punizione collettiva della popolazione civile”, in aperta violazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949. In particolare, l’articolo 33 della IV Convenzione vieta esplicitamente la punizione collettiva e ogni forma di rappresaglia contro civili.
Nonostante ciò, Israele ha continuato a colpire indiscriminatamente, anche con armi fornite da Paesi europei e dagli Stati Uniti. È ormai evidente che Netanyahu e i vertici del suo governo dovrebbero rispondere davanti a un tribunale internazionale per i crimini commessi.
Tajani e la vergogna della minimizzazione
In questo contesto tragico, le parole pronunciate oggi dal ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, risultano non solo inadeguate, ma profondamente offensive verso tutte le vittime e pericolose sul piano politico. Di fronte a un attacco militare a uno Stato sovrano e al rischio concreto di un allargamento del conflitto, Tajani si è limitato a dichiarare che “non siamo alla vigilia della terza guerra mondiale”, sminuendo così la portata della crisi e mostrando una complicità inaccettabile.
Peggio ancora, Tajani ha colto l’occasione per attaccare l’opposizione, accusandola di “svegliarsi tardi”, quando sono ormai mesi – e in certi casi anni – che il movimento pacifista e le forze politiche come Rifondazione Comunista denunciano pubblicamente la vendita di armi italiane a Israele e il sostegno del governo Meloni al genocidio in corso a Gaza.
La complicità italiana: armi, silenzi, diplomazia servile
L’Italia non può continuare a nascondersi dietro il formalismo diplomatico. I dati pubblicati dal SIPRI e dalle stesse relazioni governative mostrano che negli ultimi anni l’Italia ha esportato sistemi d’arma, componenti militari e tecnologie belliche a Israele, anche durante l’escalation iniziata nell’ottobre 2023. Questo significa che parte delle bombe cadute su Gaza e, oggi, sull’Iran, porta la firma dell’industria bellica italiana, con il pieno avallo del governo.
L’Italia ha inoltre rinnovato i suoi accordi di cooperazione militare e di intelligence con Israele, evitando accuratamente qualsiasi forma di condanna ufficiale anche dopo l’uccisione di operatori umanitari internazionali, giornalisti e medici.
Una rottura è necessaria. Ora.
Ribadiamo con forza che il nostro Paese deve uscire dalla complicità. Non è più tempo di mezze parole. Serve la sospensione immediata di tutte le forniture militari a Israele, la revoca degli accordi di cooperazione militare, il richiamo dell’ambasciatore italiano da Tel Aviv e l’attivazione di sanzioni contro i vertici del governo israeliano.
Chiediamo al Parlamento italiano di pretendere un'informativa urgente e di assumere finalmente una posizione chiara, alla luce del diritto internazionale e dei principi di pace sanciti dalla nostra Costituzione. È in gioco la credibilità del nostro Paese, ma soprattutto la vita di milioni di persone.
Con i popoli, contro la guerra
Non esistono guerre “giuste” quando vengono condotte per interessi economici, coloniali o geopolitici. Non esistono crimini “giustificabili". È tempo che le forze democratiche, sociali e pacifiste si uniscano per fermare questa corsa verso l’abisso.
Saremo in tutte le piazze (a partire da quella del 21 giugno di Stop Rearm), in tutte le sedi istituzionali e in ogni luogo possibile per gridare il nostro NO alla guerra, alla complicità italiana, alla criminalità del governo Netanyahu. E il nostro SÌ alla giustizia internazionale, alla libertà dei popoli, alla costruzione di un mondo fondato sulla pace e sulla solidarietà.
* Segreteria nazionale PRC-SE
