giovedì 18 dicembre 2025

La pace di Trump, le sue contraddizioni e le responsabilità dell’Unione Europea

di Giovanni Barbera

La recente proposta di pace avanzata da Donald Trump sulla guerra tra Russia e Ucraina ha riaperto un dibattito che molti governi occidentali speravano di lasciare sepolto sotto i rottami dell’escalation militare. Trump ha presentato un piano articolato, che prevede un cessate il fuoco e la prospettiva di negoziare un accordo definitivo in tempi relativamente brevi. Tuttavia, è bastata la sola evocazione di questo progetto per gettare nel panico le cancellerie europee, ormai prigioniere di un dogma: la guerra non deve finire, se non con una vittoria totale su Mosca.
Proprio questo piano, per quanto contraddittorio e mosso da logiche di potere, ha un elemento positivo: offre la possibilità concreta di fermare un conflitto che rischia di trascinare il mondo sull’orlo del precipizio nucleare. Anche se Trump agisce in un’ambiguità costante — da un lato criticando la NATO e l’interventismo europeo, dall’altro pretendendo che l’Europa si pieghi agli interessi statunitensi — il fatto che il suo piano preveda la possibilità di negoziare una pace rapida segnala che la guerra non è inevitabile.

Si intravede un progetto più ampio: ridisegnare l’ordine mondiale secondo gli interessi esclusivi degli Stati Uniti, attraverso una sorta di “nuova Yalta” trilaterale, in cui Washington, Mosca e Pechino si spartirebbero aree di influenza strategiche. È inquietante l’idea di trattare l’Europa come una periferia geopolitica e di normalizzare una gestione del mondo affidata a tre superpotenze che negoziano sopra la testa dei popoli e dei governi minori. In questo equilibrio, l’Ucraina verrebbe ridotta a pedina, l’Europa a spettatrice impotente e il resto del pianeta a terreno di competizione tra grandi potenze.

Trump non cerca la pace per amore della pace: vuole un congelamento del conflitto utile ai suoi obiettivi geopolitici. Chiudere la partita ucraina gli permette di concentrare le energie sul vero avversario strategico, la Cina, approfittando del coinvolgimento di Pechino nella definizione dei nuovi equilibri globali.

La reazione dell’Unione Europea è sconcertante. Bruxelles non solo respinge l’idea di tregua, ma la demonizza come minaccia esistenziale. L’UE, priva di una politica estera autonoma, si è consegnata alla linea della NATO: alimentare il conflitto, armare Kiev senza limiti, rilanciare la corsa agli armamenti e trasformare l’Europa orientale in una frontiera permanente contro la Russia.

Il paradosso è che una tregua renderebbe evidente quanto fallimentare sia stata la strategia europea degli ultimi anni. Gli stessi leader che firmarono gli accordi di Minsk confessarono di averlo fatto solo per guadagnare tempo e armare l’Ucraina. Dichiarazioni che dimostrano il ruolo attivo dell’UE nel sabotare ogni tentativo di soluzione pacifica dal 2014 in poi. La classe dirigente europea teme il crollo della narrazione secondo cui l’unica opzione possibile è proseguire la guerra. Una tregua mostrerebbe la follia del riarmo, metterebbe in discussione il peso delle lobby militari e rivelerebbe come l’UE abbia abdicato al ruolo diplomatico, trasformandosi nel braccio politico del complesso militare-industriale atlantico.

È proprio questa la lezione involontaria che Trump offre all’Europa: se persino un leader imprevedibile e contraddittorio può nominare la parola “cessate il fuoco” e prospettare un accordo di pace, quanto è grave che l’UE sia incapace di immaginare un percorso diplomatico concreto?

Molte analisi, pur animate da sincere intenzioni pacifiste, finiscono per smarrire il terreno concreto della politica reale. Raccontano la guerra come il prodotto esclusivo di governanti irresponsabili o di decisioni affrettate, senza vedere la trama di rapporti di forza che regola realmente le relazioni internazionali. In questa visione semplificata, i popoli diventano vittime inconsapevoli dei “Re del XXI secolo”, e gli Stati appaiono come attori equivalenti, tutti ugualmente colpevoli e mossi dalla stessa logica.

È un errore profondo. La scena globale non è un’arena neutra: alcuni Stati dispongono di mezzi militari, economici e politici infinitamente maggiori, altri sono vincolati a queste asimmetrie. Ignorare questa differenza significa non capire che non tutti gli Stati hanno le stesse possibilità di incidere sulle decisioni globali o di difendere la propria autonomia. Gli Stati Uniti hanno costruito un sistema di alleanze militari, finanziarie e politiche capace di condizionare interi continenti, e l’Europa ha interiorizzato quella dipendenza al punto da sabotare ogni tentativo autentico di soluzione negoziale della guerra in Ucraina pur di restare nella gabbia strategica americana.

Risulta fuorviante descrivere l’attuale trattativa come un gioco di improvvisazioni personali o come il frutto di volontà arbitrarie di “spartizione” tra capi di Stato. Le aperture di Mosca e le mosse di Pechino si collocano nella dinamica di un mondo che tenta di emanciparsi dalla centralità americana, costruendo spazi di cooperazione, accordi economici e piattaforme diplomatiche alternative che potrebbero democratizzare i rapporti internazionali. Presentare questo processo come una semplice replica delle vecchie logiche divisionistiche significa non coglierne la portata storica, né la differenza tra chi difende un assetto unipolare in declino e chi prova a sostituirlo con un equilibrio più inclusivo.

Raccontare la guerra come frutto di ambizioni personali, pressioni interne o calcoli opportunistici significa rimuovere la responsabilità dell’Occidente, che ha trasformato l’Ucraina in un terreno di confronto non per difenderne la libertà, ma per impedire un diverso equilibrio internazionale. Si cancella così il ruolo dell’UE, che ha ostacolato i negoziati, rifiutato soluzioni politiche e spinto a una militarizzazione cieca, portando al risultato odierno: un Paese allo stremo, una popolazione esausta, un’Europa esposta e senza autonomia.

La proposta trumpiana non è un gesto impulsivo, ma l’espressione di una strategia globale volta a riequilibrare la proiezione statunitense nel mondo, includendo Mosca e Pechino in un gioco di gestione controllata delle crisi. La pace proposta da Washington nasce per ricalibrare una strategia in difficoltà, ma apre comunque la possibilità di una tregua e di un accordo rapido che potrebbe evitare la catastrofe nucleare.

Continuare a raccontare la guerra come conflitto tra leader irresponsabili o come prodotto di personalismi significa non capire dove si muove la storia e quale ruolo ha l’Europa: non al centro delle trattative, non come soggetto autonomo, ma come terreno politico disponibile, incapace di decidere se vuole la pace o il prolungamento di un massacro che ha già distrutto l’Ucraina e marginalizzato il continente.

La pace non verrà dalle “anime belle” che parlano dei popoli senza considerare i rapporti di forza. Verrà solo da un mondo capace di liberarsi dall’egemonia che ha prodotto questa guerra e tutte le altre, aprendo la strada a un ordine globale più plurale, equilibrato e finalmente più giusto.