di Giovanni Barbera
L’approvazione della legge di bilancio 2026 conferma in modo netto ciò che viene denunciato da tempo: il centrodestra al governo è attraversato da profonde contraddizioni interne, ma soprattutto è incapace di dare risposte reali ai bisogni sociali del Paese. Dietro la retorica della “responsabilità”, della “stabilità” e della “difesa dell’interesse nazionale”, la maggioranza ha approvato una manovra che non segna alcuna discontinuità rispetto alle politiche di austerità, accettando pienamente i vincoli europei e scaricando i costi su lavoratori, pensionati e ceti popolari.
La legge di bilancio 2026, più che uno strumento di programmazione economica, si è rivelata un terreno di scontro interno al centrodestra, segnato da mediazioni al ribasso e compromessi opachi tra interessi divergenti e identità politiche in competizione permanente. Ma al di là delle tensioni tra alleati, ciò che emerge con chiarezza è che queste divisioni non hanno prodotto alcuna correzione di rotta sul piano sociale: il risultato finale è una manovra regressiva, che aggrava le disuguaglianze e lascia irrisolte le principali emergenze del Paese, dai salari bassi alla precarietà, dalla crisi del welfare al diritto alla casa.
Il primo elemento di conflitto ha riguardato la natura stessa della manovra, costruita interamente dentro i vincoli stringenti del nuovo Patto di stabilità europeo. Il ministro dell’Economia Giorgetti ha imposto un’impostazione rigidamente prudenziale, limitando drasticamente i margini di intervento pubblico. Questa linea ha generato malumori in più settori della maggioranza: Fratelli d’Italia, che aveva promesso una discontinuità rispetto all’austerità, e la Lega, che continua a rivendicare politiche espansive, si sono scontrate con una realtà fatta di compatibilità europee accettate senza alcuna reale contestazione.
Il capitolo pensionistico è stato uno dei terreni di scontro più evidenti. Le ipotesi iniziali di contenimento della spesa e di revisione delle uscite anticipate hanno incontrato la forte opposizione della Lega, che da anni costruisce consenso sulla promessa di superare la riforma Fornero. Il risultato finale, frutto di un compromesso interno, è stato però un nulla di fatto: nessun intervento strutturale, solo soluzioni temporanee e insufficienti, che continuano a penalizzare chi ha carriere discontinue e lavori usuranti. Un esito che certifica l’incapacità della maggioranza di andare oltre gli annunci propagandistici.
Anche sul terreno fiscale sono emerse con chiarezza le contraddizioni interne al centrodestra. La riduzione selettiva dell’IRPEF, presentata come un sostegno al ceto medio, è stata accompagnata da tassazioni su banche e rendite finanziarie dal carattere limitato e sostanzialmente simbolico. Fratelli d’Italia ha rivendicato queste misure come segnale “popolare”, mentre Forza Italia ne ha denunciato il carattere punitivo per il mercato. Lo scontro, tuttavia, non ha portato a una vera riforma fiscale: il sistema resta profondamente iniquo, con il carico che continua a gravare su lavoratori dipendenti e pensionati, mentre grandi patrimoni e profitti restano sostanzialmente intatti.
Ulteriori divisioni sono emerse sull’inserimento di norme a forte valore simbolico e ideologico, come quelle sugli asset strategici o sulle riserve auree della Banca d’Italia. Provvedimenti presentati come riaffermazione di una presunta “sovranità nazionale” hanno generato imbarazzo nei settori più moderati della maggioranza, preoccupati per le possibili reazioni della BCE e delle istituzioni europee. Anche in questo caso lo scontro è stato politico più che tecnico: da un lato la retorica sovranista, dall’altro il timore di incrinare i rapporti con Bruxelles. Ma al di là del conflitto interno, il risultato concreto è stato nullo: nessuna messa in discussione reale delle politiche di austerità e dei vincoli europei.
Sul piano sociale, la legge di bilancio 2026 conferma il carattere regressivo dell’intera operazione. Le risorse destinate a sanità pubblica, istruzione, politiche abitative e contrasto alla povertà restano largamente insufficienti, mentre vengono confermati incentivi alle imprese e l’aumento della spesa militare. Una gerarchia di priorità che accomuna tutte le componenti della maggioranza, al di là delle divisioni interne, e che segnala una scelta di campo netta contro il lavoro e i diritti sociali.
Le contraddizioni che attraversano il centrodestra non rappresentano un’alternativa, ma una disputa interna su come gestire le stesse politiche neoliberali. La maggioranza può dividersi su tattiche e narrazioni, ma converge quando si tratta di far pagare l’austerità alle classi popolari.
Nel breve periodo, le divisioni che hanno attraversato l’approvazione della legge di bilancio difficilmente metteranno in discussione la tenuta numerica della maggioranza. Il ricorso sistematico alla fiducia, la centralizzazione delle decisioni attorno alla Presidenza del Consiglio e la disciplina parlamentare continueranno a garantire al governo Meloni una stabilità formale. Si tratta però di una stabilità costruita sulla rimozione dei nodi politici e sociali, non sulla loro soluzione, e dunque intrinsecamente fragile.
Nel medio periodo, i conflitti emersi con la legge di bilancio sono destinati ad acuirsi. La Lega, schiacciata tra la partecipazione al governo e la perdita di consenso nei propri territori storici, potrebbe alzare il livello dello scontro su pensioni, fisco e rapporti con l’Unione Europea. Forza Italia continuerà a marcare una linea di piena compatibilità con i mercati e con Bruxelles, accentuando la distanza dalle pulsioni sovraniste. Fratelli d’Italia proverà a tenere insieme queste contraddizioni rafforzando ulteriormente la leadership della presidente del Consiglio e spostando il terreno del consenso su una narrazione identitaria, securitaria e autoritaria, nel tentativo di compensare l’assenza di risposte sociali. In questo quadro, le divisioni della maggioranza non aprono automaticamente spazi di cambiamento, ma rischiano di tradursi in nuova propaganda, maggiore repressione del conflitto sociale e ulteriore compressione dei diritti del lavoro.
Va ribadita quindi la necessità di costruire un’opposizione sociale e politica radicale, capace di trasformare le fratture interne del centrodestra in un’occasione per rilanciare i diritti del lavoro, la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento del welfare pubblico, l’aumento di salari e pensioni e il diritto alla casa. Solo così è possibile proporre un’alternativa concreta all’austerità e alla guerra, e dare voce alle classi popolari del Paese.
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