sabato 21 marzo 2026

L’azzardo di Washington: perché la guerra all’Iran mira a Pechino e Mosca

 di Giovanni Barbera


La guerra che Stati Uniti e Israele hanno aperto contro l’Iran non può essere derubricata a semplice “nuovo fronte” in un Medio Oriente cronicamente instabile. Siamo di fronte al punto di intersezione tra più linee di frattura storiche: la crisi strutturale dell'egemonia statunitense, la competizione strategica globale con la Cina, il consolidamento dell'asse militare tra Iran e Russia e la funzione di Israele come perno di un ordine regionale che non accetta il tramonto dell’unipolarismo. Se guardiamo questa crisi pezzo per pezzo, sembra l’ennesima crisi locale; se la guardiamo nel suo insieme, appare per quello che è: il tassello decisivo di una transizione violenta verso un conflitto di dimensioni sistemiche e globali. Gli Stati Uniti vivono da decenni una crisi di potere che non è solo economica o finanziaria, ma di capacità di comando politico. Il modello di dominio assoluto nato nel secondo dopoguerra e trionfante dopo il 1989 è ormai logoro. Washington ha perso il monopolio industriale, non controlla più in solitaria le grandi istituzioni finanziarie globali e fatica a dettare l’agenda a interi continenti che, un tempo, erano considerati il suo "cortile di casa". In questo vuoto di egemonia, la Cina è emersa come il principale concorrente sistemico. Pechino produce, commercia, finanzia e costruisce infrastrutture, offrendo una sponda concreta a quei Paesi che per decenni hanno avuto come unico riferimento il Fondo Monetario Internazionale e il Dipartimento di Stato degli USA. Laddove gli Stati Uniti non riescono più a convincere o a integrare economicamente, la loro politica estera si è progressivamente militarizzata. La guerra diventa l'unico strumento rimasto per tentare di congelare un ordine mondiale che sta scivolando via. Dove non arriva il dollaro, si prova a far arrivare il missile.

L’Iran entra in scena esattamente in questo scontro tra epoche. Non è solo il “nemico storico” ideologico degli USA, ma la sua sovranità rappresenta un nodo strategico vitale per la sopravvivenza del progetto multipolare. Teheran è un pilastro energetico, è collocata in una posizione geografica cruciale per il transito di idrocarburi nel Golfo Persico ed è diventata una componente fondamentale della Belt and Road Initiative cinese. Il patto di cooperazione strategica venticinquennale tra Pechino e Teheran ha trasformato l’Iran in un fornitore sicuro, un partner tecnologico e un corridoio logistico che sfugge al controllo navale statunitense. Allo stesso tempo, l’Iran è diventato il partner militare e logistico fondamentale della Russia. La collaborazione tra Mosca e Teheran, cementata sul campo di battaglia siriano e rafforzata dalla necessità reciproca di aggirare le sanzioni occidentali, ha creato un asse capace di proiettare potenza dall'Asia centrale al Mediterraneo. Colpire l’Iran, dunque, non significa solo neutralizzare una potenza regionale sgradita, ma significa anche colpire indirettamente Pechino e Mosca, sabotando la sicurezza energetica cinese e indebolendo la profondità strategica russa. Per Washington, l’Iran è l'anello debole da spezzare per impedire la saldatura definitiva dell’Eurasia.

Un altro elemento che entra in gioco è la questione interna iraniana. La natura teocratica della Repubblica Islamica viene spesso agitata da Washington e dai suoi alleati come giustificazione morale dell’escalation, trasformando la retorica della “liberazione del popolo iraniano” in un’arma propagandistica. Ma la realtà è che la trasformazione politica dell’Iran, qualunque forma possa assumere, riguarda esclusivamente il suo popolo, non le potenze straniere che hanno storicamente manipolato questo tema per legittimare interventi militari o destabilizzazioni mirate. Le contraddizioni interne del sistema iraniano esistono, e sono profonde, ma appartengono alla società iraniana, ai suoi movimenti, alle sue lotte, non ai calcoli strategici delle cancellerie occidentali. Quando gli Stati Uniti evocano la “libertà degli iraniani”, non parlano dei diritti delle persone, ma della possibilità di indebolire un attore che oggi rappresenta un pilastro del progetto multipolare insieme a Cina e Russia. La “liberazione dalla teocrazia”, nella narrazione occidentale, non è un obiettivo democratico, ma un tassello della strategia di contenimento dell’Eurasia.

Israele svolge in questo disegno un ruolo che non è affatto accessorio o dettato solo da esigenze interne. È il principale avamposto tecnologico e militare degli Stati Uniti nella regione, dotato di una libertà d’azione e di una superiorità bellica che nessun altro attore possiede. La sua funzione storica è quella di agire come forza di contenimento e destabilizzazione verso qualsiasi soggetto regionale che provi a costruire una propria autonomia politica o economica. Che si tratti della Palestina, del Libano, della Siria o dell’Iran, la strategia israeliana è coerente: impedire il consolidamento di un polo di potere non allineato agli interessi atlantici. In questo senso, l'attacco all'Iran non è una reazione estemporanea, ma la prosecuzione di una linea che mira a impedire che il Medio Oriente diventi un partner stabile del blocco BRICS. La distruzione delle infrastrutture o la destabilizzazione del regime di Teheran servono a garantire che la regione resti frammentata, dipendente e incapace di dialogare da pari a pari con i poli emergenti.

La questione energetica resta il nervo scoperto della modernità. Per sostenere il proprio apparato produttivo, la Cina ha bisogno di flussi costanti e sicuri di petrolio e gas. L’Iran è uno dei pochi grandi produttori mondiali che non può essere ricattato militarmente o finanziariamente dagli Stati Uniti tramite il controllo delle rotte marittime tradizionali. Ogni minaccia nel Golfo Persico o nello Stretto di Hormuz ha un riflesso immediato sulla crescita cinese. Il rischio di escalation, dunque, non è un’ipotesi remota ma una variabile calcolata. Se il conflitto si allarga, se l’Iran viene spinto a una reazione simmetrica o se la Russia e la Cina decidessero di alzare il livello della protezione militare verso Teheran, la soglia tra crisi regionale e scontro sistemico verrebbe superata istantaneamente. La storia del Novecento ci insegna che i conflitti "periferici" diventano detonatori globali non appena toccano gli interessi vitali e materiali delle grandi potenze.

In questo drammatico scenario, appare disarmante la cecità di una parte della sinistra. Persiste un rifiuto ideologico della geopolitica, come se analizzare i rapporti di forza e gli interessi materiali fosse un tradimento dei valori morali. C’è chi si rifugia in astratte condanne degli “imperialismi” al plurale, operando un’equiparazione assurda tra la superpotenza che guida l'escalation militare globale e i Paesi che subiscono decenni di sanzioni, isolamento e bombardamenti mirati. Questo moralismo astratto è pericoloso perché rende impossibile una reale politica di pace. Se non si riconosce che oggi la principale spinta offensiva parte da Washington e trova in Israele il suo braccio operativo, la parola "pace" resta un guscio vuoto. Senza identificare i soggetti che producono la guerra e gli interessi che la alimentano, si finisce per avallare lo status quo. L’Europa, in particolare, sta compiendo un vero e proprio "suicidio assistito". Legata mani e piedi alla strategia del Pentagono, accetta di pagare il prezzo più alto: aumento dei costi energetici, deindustrializzazione, instabilità sociale e bilanci pubblici sempre più sbilanciati verso il riarmo a scapito del welfare. Mentre gli Stati Uniti proteggono i propri interessi, l’Europa sacrifica i propri sull’altare dell’allineamento automatico, sognando una "difesa comune" che è in realtà solo un’estensione della catena di comando NATO.

Una linea politica all’altezza della fase dovrebbe tenere insieme più livelli. Sul piano dell’analisi, riconoscere che la guerra contro l’Iran è parte di una strategia statunitense di contenimento della Cina e della Russia, in cui Israele svolge un ruolo operativo decisivo. Sul piano della denuncia, nominare chiaramente le responsabilità di chi ha scelto l’escalation militare, rifiutando la retorica della “difesa” e della “stabilità” usata dai governi occidentali per giustificare ogni intervento armato. Sul piano della proposta, lavorare per un ordine internazionale multipolare, in cui nessuna potenza possa decidere da sola il destino di intere regioni, e in cui la cooperazione energetica e infrastrutturale non sia trattata come una minaccia ma come un bene comune.

Dire che la guerra in Iran è l’anticamera di un conflitto globale non è un atto di fatalismo, ma una chiamata alla responsabilità politica. Siamo ancora in un tempo in cui le scelte possono deviare la rotta, ma per farlo occorre guardare in faccia la realtà e abbandonare le narrazioni rassicuranti. La pace, oggi, non può essere neutralità. È conflitto contro chi vede nella guerra l'ultima spiaggia per difendere un potere egemonico, figlio del secolo scorso, che non accetta di ridimensionarsi. Se non compiamo questo salto di consapevolezza, se non iniziamo a nominare chiaramente i responsabili di questa deriva, il rischio è di accorgersi che la soglia è stata superata solo quando il rumore delle bombe sarà diventato assordante per tutti. Parlare oggi di Usa, Israele, Iran, Russia e Cina non è un esercizio teorico, ma il modo concreto per provare a fermare una spirale che, se lasciata correre, può travolgere tutti.