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martedì 21 aprile 2026

GUERRA ALL’IRAN: TREGUA ARMATA NELL’ORDINE DEL CAOS

di Giovanni Barbera


La guerra contro l’Iran, iniziata con l’aggressione congiunta di Stati Uniti e Israele alla fine di febbraio, non è finita. Si è semplicemente spostata su un altro terreno. La cosiddetta tregua di queste settimane non è un passaggio verso la pace, ma una pausa dentro lo scontro, utile a tutte le parti per riorganizzarsi. Chi la racconta come un successo diplomatico mente sapendo di mentire.

Washington e Tel Aviv avevano promesso una guerra breve, chirurgica, risolutiva. Doveva essere l’ennesima dimostrazione di forza dell’Occidente. Non è andata così. L’Iran non è stato piegato, il suo apparato statale non è crollato, la sua capacità militare non è stata azzerata. Anzi, la tenuta di Teheran ha prodotto un effetto opposto a quello dichiarato: ha rafforzato il suo ruolo politico nella regione e ha mostrato, ancora una volta, che la superiorità tecnologica non basta a garantire il controllo.

Questo è il primo dato che va messo a fuoco: non c’è nessuna vittoria. E quando in una guerra imperialista non c’è vittoria rapida, significa che il conflitto è destinato ad allargarsi, a incancrenirsi, a diventare permanente.

sabato 21 marzo 2026

L’azzardo di Washington: perché la guerra all’Iran mira a Pechino e Mosca

 di Giovanni Barbera


La guerra che Stati Uniti e Israele hanno aperto contro l’Iran non può essere derubricata a semplice “nuovo fronte” in un Medio Oriente cronicamente instabile. Siamo di fronte al punto di intersezione tra più linee di frattura storiche: la crisi strutturale dell'egemonia statunitense, la competizione strategica globale con la Cina, il consolidamento dell'asse militare tra Iran e Russia e la funzione di Israele come perno di un ordine regionale che non accetta il tramonto dell’unipolarismo. Se guardiamo questa crisi pezzo per pezzo, sembra l’ennesima crisi locale; se la guardiamo nel suo insieme, appare per quello che è: il tassello decisivo di una transizione violenta verso un conflitto di dimensioni sistemiche e globali. Gli Stati Uniti vivono da decenni una crisi di potere che non è solo economica o finanziaria, ma di capacità di comando politico. Il modello di dominio assoluto nato nel secondo dopoguerra e trionfante dopo il 1989 è ormai logoro. Washington ha perso il monopolio industriale, non controlla più in solitaria le grandi istituzioni finanziarie globali e fatica a dettare l’agenda a interi continenti che, un tempo, erano considerati il suo "cortile di casa". In questo vuoto di egemonia, la Cina è emersa come il principale concorrente sistemico. Pechino produce, commercia, finanzia e costruisce infrastrutture, offrendo una sponda concreta a quei Paesi che per decenni hanno avuto come unico riferimento il Fondo Monetario Internazionale e il Dipartimento di Stato degli USA. Laddove gli Stati Uniti non riescono più a convincere o a integrare economicamente, la loro politica estera si è progressivamente militarizzata. La guerra diventa l'unico strumento rimasto per tentare di congelare un ordine mondiale che sta scivolando via. Dove non arriva il dollaro, si prova a far arrivare il missile.

martedì 17 marzo 2026

Roma non è un feudo: Palantir, Thiel e la guerra dei dati nella capitale

 
di Giovanni Barbera

Roma ha conosciuto occupazioni, liberazioni e resistenze. Non è un dettaglio retorico ricordarlo oggi, mentre nella capitale si muove una delle figure più influenti del capitalismo tecnologico globale: Peter Thiel, cofondatore di PayPal e di Palantir Technologies. La sua presenza tra incontri riservati e conferenze chiuse solleva domande concrete sul ruolo delle grandi aziende tecnologiche nella gestione delle infrastrutture pubbliche e militari italiane, e sul grado di trasparenza con cui lo Stato affida a soggetti privati dati e decisioni strategiche.

A rompere il silenzio è stato anche il flash mob organizzato dai movimenti domenica 15 marzo a Roma, davanti al Ministero della Difesa. Non si tratta soltanto della visita di un miliardario americano, ma della messa in discussione di un intero sistema di relazioni politiche, militari e tecnologiche in cui Thiel e Palantir giocano un ruolo centrale. L’iniziativa di protesta ha riportato al centro del dibattito pubblico la questione del controllo democratico sulle infrastrutture digitali e sui dati strategici, troppo spesso affidati a soggetti privati senza alcun dibattito parlamentare o pubblico.

domenica 12 ottobre 2025

Il paternalismo del marxismo occidentale e la lezione dei processi socialisti nel Sud del mondo

di Giovanni Barbera

Chi vive in Occidente giudica i processi rivoluzionari dei paesi in via di sviluppo con il metro del proprio privilegio. È il riflesso di un marxismo che ha dimenticato l’imperialismo e la decolonizzazione.

C’è un tratto ricorrente in molti dibattiti “progressisti” che si sviluppano in Europa o nel resto dell'Occidente ogni volta che si parla di Venezuela, Cuba o Nicaragua: un atteggiamento di superiorità morale e culturale, travestito da analisi critica.

È la convinzione, spesso inconscia, che i popoli del Sud del mondo debbano costruire il socialismo seguendo le regole, i tempi e i valori dell’Occidente, come se la storia fosse un esame di civiltà.

martedì 23 settembre 2025

Multipolarismo ed emancipazione globale: la sfida di SCO e Sud del mondo all’Occidente



di Giovanni Barbera

La 25ª riunione del Consiglio dei Capi di Stato della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), svoltasi a Tianjin, non è stata soltanto un appuntamento diplomatico regionale. È stata, piuttosto, la conferma che l’ordine mondiale ereditato da cinque secoli di dominio occidentale sta volgendo al termine. Russia, Cina, India e gli altri Paesi presenti hanno parlato apertamente della necessità di costruire un nuovo equilibrio globale, libero dalla morsa dell’egemonia europea e statunitense che ha segnato la modernità con orrori e devastazioni incalcolabili.

mercoledì 10 settembre 2025

Bolle speculative e riarmo: l’Europa tra crisi sociale e rischio nucleare

di Giovanni Barbera

Liquidità e crisi annunciate

Nel 2025 la finanza globale rischia di esplodere in una nuova crisi. La differenza, rispetto al passato, è che tecnologia e riarmo militare si intrecciano, trasformando risorse pubbliche e private in asset speculativi. La Federal Reserve statunitense ha mantenuto a luglio 2025 il tasso di riferimento al 4,25%, mentre la BCE lo ha ridotto al 2% a giugno dello stesso anno,. Non si tratta di livelli bassi in senso assoluto, ma le banche centrali li presentano comunque come strumenti per sostenere la crescita. In realtà, la loro politica monetaria non produce un rilancio degli investimenti produttivi. La liquidità immessa continua a confluire prevalentemente nei mercati finanziari, alimentando speculazione e rendite, piuttosto che nell’economia reale. Negli anni Novanta, prima della bolla dot-com, e tra il 2002 e il 2007, prima della crisi dei mutui subprime, le banche centrali adottarono strategie simili, con esiti disastrosi.

Nel 2000 lo scoppio della bolla tecnologica bruciò 5.000 miliardi di dollari, mentre nel 2008 il crollo dei mutui subprime provocò la più grave crisi dalla Grande Depressione. In entrambi i casi, la finanza aveva costruito castelli di carta scollegati dalla produzione reale. Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma in scala più ampia e con strumenti ancora più complessi: ETF, derivati sull’IA, fondi di private equity iper-leveraggiati.

martedì 19 agosto 2025

Gli apprendisti stregoni d'Europa: esclusi da tutto, ma sempre pronti da tutto a recitare la parte dei generali

di Giovanni Barbera

E alla fine ci sono riusciti anche loro. I leader europei, rimasti a margine dei veri tavoli negoziali, hanno deciso di fare il loro ingresso in scena. Non con una proposta di pace, certo, ma con un documento che sa di ultimatum: resa della Russia o proseguimento della carneficina, con aiuti militari ed economici all’Ucraina.

Eccoli, i grandi strateghi di Bruxelles e dintorni, sempre pronti a trasformare la tragedia ucraina in una passerella diplomatica, sempre più zelanti nel proclamare la loro “solidarietà incrollabile” – che, tradotta, significa più armi, più sanzioni, più guerra. D’altronde, cosa mai potrebbero proporre dei leader che da anni hanno perso qualsiasi autonomia politica, ridotti a ventriloqui della NATO e a comparse del teatro di Washington?

mercoledì 13 agosto 2025

Oltre la retorica del “neo-imperialismo creditore”: un’analisi marxista della guerra e del ruolo dell’UE

 di Giovanni Barbera

L’analisi recente di Emiliano Brancaccio sul cosiddetto “neo-imperialismo dell’Unione creditrice”, riportata in un articolo pubblicato su “Il Manifesto” del 13 agosto, parte da un dato reale: l’aumento della spesa militare europea per l’Ucraina, oggi superiore a quella statunitense. Tuttavia, da questa osservazione trae una conclusione fuorviante: quella di un avvio di una fase autonoma di “imperialismo europeo” basata sulla forza finanziaria e sulla proiezione bellica.
Da un punto di vista marxista, questa tesi presenta almeno tre debolezze fondamentali: la definizione impropria del concetto di imperialismo, la sottovalutazione della natura del conflitto in corso e l’assenza di un’analisi dei rapporti di classe che sorreggono queste dinamiche.


L’imperialismo: non solo potenza militare e saldo finanziario
Secondo la tradizione marxista — da Lenin a Luxemburg, passando per Baran e Sweezy — l’imperialismo non si riduce a un “livello di spesa militare” né a una semplice condizione di creditore netto verso il resto del mondo. Si tratta piuttosto di un processo storico radicato nella concentrazione del capitale, nella fusione tra capitale industriale e finanziario, nella spartizione del mercato mondiale e nella subordinazione delle periferie alle metropoli.

venerdì 27 giugno 2025

Ustica: Mattarella invoca la verità, ma tace sulle responsabilità della NATO e dello Stato italiano

di Giovanni Barbera

Nel 45° anniversario della strage di Ustica, le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si inseriscono nella lunga scia della retorica istituzionale che, dietro parole di dolore e appelli alla verità, continua a evitare accuratamente di fare i nomi e indicare le responsabilità politiche e militari. Mattarella invita oggi alla “collaborazione dei Paesi amici” per fare piena luce su quanto accadde nei cieli del Tirreno la sera del 27 giugno 1980. Ma questa richiesta, formulata nei toni vaghi della diplomazia, è l’ennesimo tentativo di salvare l’onore della NATO e la complicità dello Stato italiano, più che una reale presa di posizione in favore della giustizia.

Sono trascorsi quarantacinque anni da quella notte in cui 81 persone furono uccise da un missile lanciato in un’operazione di guerra segreta nel nostro spazio aereo, eppure le istituzioni italiane continuano a parlare in maniera allusiva, priva di coraggio. Il Presidente Mattarella non nomina mai la NATO, non chiama in causa direttamente Stati Uniti e Francia, non accenna al sistema di depistaggi, menzogne e coperture messo in piedi dai vertici militari italiani, protetti dai governi di ogni colore. Si limita a evocare una generica esigenza di verità e a sollecitare, come se si trattasse di un favore, una maggiore disponibilità da parte di quelli che chiama “Paesi amici”.

giovedì 30 giugno 2022

La NATO minaccia il mondo


Il documento strategico sottoscritto dal vertice NATO di Madrid minaccia il mondo.
I guerrafondai che ancora parlano di una alleanza difensiva sono smentiti da un documento di una aggressività senza precedenti. La Russia viene definita nemico principale, evidentemente da sconfiggere, e la Cina è presa di mira in quanto agli antipodi dei "valori" occidentali. Ma è tutto il pianeta che viene sottoposto a durissima critica e quindi a un eventuale intervento del Patto Euro-Atlantico: dall’Africa, al Medio Oriente e all’Indocina. La  NATO insomma  proclama la sua intenzione di intervenire a sostegno dei propri interessi, sicurezza, valori, contro tutti i paesi che considera nemici. 

domenica 26 giugno 2022

La tendenza verso un mondo multipolare è definita dalla lotta di classe

di Danny Haiphong, Condirettore del sito Friends of Socialista China

Nell'era post-sovietica, è diventato di moda spogliare tutti gli sviluppi geopolitici delle loro radici di classe. Le guerre sono state spiegate dalla propaganda borghese: la guerra al terrore, la competizione tra grandi potenze e questioni di "sicurezza nazionale". La crisi ucraina è un esempio calzante. L'operazione militare russa in Ucraina è stata etichettata come una guerra senza motivo dai detrattori occidentali. Ma sotto la cacofonia dell'ideologia e della propaganda capitalista c'è una lotta di classe che si sta verificando sulla scena globale per il multipolarismo in cui il conflitto Russia-Ucraina è solo un punto critico.

venerdì 17 giugno 2022

Melenchon, le elezioni francesi e la guerra in Europa



di Antonio Castronovi

Vi è la possibilità che Macron possa perdere la maggioranza nella elezioni legislative di domenica prossima a favore dello schieramento di NUPES e del suo leader Melenchon ? In questo caso si aprirebbe una fase nuova per la Francia e l'Europa? Cambierebbe il corso della guerra della NATO in Ucraina e cambierebbero le relazioni tra Europa e Russia ?

Qual è la posizione di France Insoumise e della Union Populaire sulla NATO e sulla guerra in Ucraina?

Il Programma di France Insoumise cita che “La France Insoumise proporrà il ritiro immediato della Francia dal comando integrato della NATO e poi, per gradi, dall’organizzazione stessa. Rifiuterà qualsiasi inclusione del nostro Paese in un’alleanza militare permanente nella regione indo-pacifica e altrove, così come qualsiasi intervento militare senza un mandato delle Nazioni Unite. Difenderà l’idea di avviare la formazione di un nuovo accordo antiglobalizzazione”.

Mentre sull’Ucraina afferma di voler “Difendere la sovranità e la libertà dell’Ucraina e del popolo ucraino, nonché l’integrità dei suoi confini, in un contesto internazionale di tensione e di guerra sul continente europeo e di fronte ai crimini di guerra decisi da Vladimir Putin”.