La guerra contro l’Iran, iniziata con l’aggressione congiunta di Stati Uniti e Israele alla fine di febbraio, non è finita. Si è semplicemente spostata su un altro terreno. La cosiddetta tregua di queste settimane non è un passaggio verso la pace, ma una pausa dentro lo scontro, utile a tutte le parti per riorganizzarsi. Chi la racconta come un successo diplomatico mente sapendo di mentire.
Washington e Tel Aviv avevano promesso una guerra breve, chirurgica, risolutiva. Doveva essere l’ennesima dimostrazione di forza dell’Occidente. Non è andata così. L’Iran non è stato piegato, il suo apparato statale non è crollato, la sua capacità militare non è stata azzerata. Anzi, la tenuta di Teheran ha prodotto un effetto opposto a quello dichiarato: ha rafforzato il suo ruolo politico nella regione e ha mostrato, ancora una volta, che la superiorità tecnologica non basta a garantire il controllo.
Questo è il primo dato che va messo a fuoco: non c’è nessuna vittoria. E quando in una guerra imperialista non c’è vittoria rapida, significa che il conflitto è destinato ad allargarsi, a incancrenirsi, a diventare permanente.

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