martedì 17 marzo 2026

Roma non è un feudo: Palantir, Thiel e la guerra dei dati nella capitale

 
di Giovanni Barbera

Roma ha conosciuto occupazioni, liberazioni e resistenze. Non è un dettaglio retorico ricordarlo oggi, mentre nella capitale si muove una delle figure più influenti del capitalismo tecnologico globale: Peter Thiel, cofondatore di PayPal e di Palantir Technologies. La sua presenza tra incontri riservati e conferenze chiuse solleva domande concrete sul ruolo delle grandi aziende tecnologiche nella gestione delle infrastrutture pubbliche e militari italiane, e sul grado di trasparenza con cui lo Stato affida a soggetti privati dati e decisioni strategiche.

A rompere il silenzio è stato anche il flash mob organizzato dai movimenti domenica 15 marzo a Roma, davanti al Ministero della Difesa. Non si tratta soltanto della visita di un miliardario americano, ma della messa in discussione di un intero sistema di relazioni politiche, militari e tecnologiche in cui Thiel e Palantir giocano un ruolo centrale. L’iniziativa di protesta ha riportato al centro del dibattito pubblico la questione del controllo democratico sulle infrastrutture digitali e sui dati strategici, troppo spesso affidati a soggetti privati senza alcun dibattito parlamentare o pubblico.

Palantir Technologies è al cuore di tutto questo. Nata nei primi anni Duemila, la società sviluppa piattaforme capaci di integrare archivi pubblici e privati, dati finanziari, comunicazioni digitali e tracciamenti logistici. Non si tratta solo di raccogliere informazioni, ma di individuare relazioni invisibili, prevedere scenari e orientare decisioni operative. Oggi Palantir lavora già con agenzie come la CIA e l’FBI e si sta espandendo in Europa, entrando nei sistemi di sicurezza e nella gestione dei dati pubblici. Nei conflitti contemporanei, la differenza tra vittoria e sconfitta passa anche attraverso questi algoritmi: la logistica, la selezione degli obiettivi e la previsione dei movimenti sul campo sono sempre più influenzate dai dati elaborati da piattaforme private. È la guerra algoritmica, un fenomeno che sposta parte del potere strategico dallo Stato alle imprese tecnologiche.

Thiel non è solo un imprenditore. Nel tempo ha finanziato candidati della destra americana e sostenuto politiche di deregolamentazione tecnologica, criticando la democrazia liberale e auspicando un’innovazione che proceda senza vincoli istituzionali. Attorno a queste posizioni si è formato un ecosistema culturale e politico che intreccia tecnologia, filosofia politica e visioni ideologiche radicali, con effetti concreti sulle strategie di sicurezza internazionale e sul controllo dei dati.

La visita romana è stata accompagnata da un ciclo di conferenze riservate dedicate alla figura dell’Anticristo nella tradizione filosofica e teologica occidentale. Accessibili solo su invito e con sede non pubblicizzata, questi incontri hanno riunito studiosi, intellettuali e figure del mondo tecnologico. Pur avendo un carattere culturale, l’iniziativa è stata letta come un segnale dell’intreccio crescente tra tecnologia, ideologia e potere politico, che va oltre la pura innovazione digitale e investe direttamente la gestione dei dati strategici e le decisioni politiche.

Roma non è una città neutra. È la capitale di uno Stato membro della NATO e ospita strutture militari e diplomatiche di rilievo europeo. Piattaforme come quelle di Palantir non sono strumenti neutrali: possono diventare componenti operative del sistema di intelligence e sicurezza della NATO, influenzando direttamente le scelte militari italiane ed europee. La presenza di Thiel e delle sue tecnologie solleva interrogativi sul grado di trasparenza e sul controllo democratico che lo Stato italiano garantisce quando affida dati e decisioni operative a soggetti privati.

Il nodo centrale è la sovranità digitale. Quando le infrastrutture critiche dello Stato passano a piattaforme proprietarie private, il confine tra pubblico e privato si assottiglia. Chi gestisce i sistemi? Chi decide i limiti del loro utilizzo? Quali garanzie ci sono affinché i dati non vengano sfruttati secondo logiche di mercato o interessi stranieri? Non sono questioni astratte: riguardano sicurezza, libertà civili e il futuro della democrazia stessa. Roma non può diventare il laboratorio silenzioso dei tecnoligarchi internazionali. La difesa della sovranità digitale, insieme al controllo democratico sulle decisioni che riguardano sicurezza e guerra, è oggi parte integrante della difesa della democrazia.