di Giovanni Barbera
L’analisi recente di Emiliano Brancaccio sul cosiddetto “neo-imperialismo dell’Unione creditrice”, riportata in un articolo pubblicato su “Il Manifesto” del 13 agosto, parte da un dato reale: l’aumento della spesa militare europea per l’Ucraina, oggi superiore a quella statunitense. Tuttavia, da questa osservazione trae una conclusione fuorviante: quella di un avvio di una fase autonoma di “imperialismo europeo” basata sulla forza finanziaria e sulla proiezione bellica.
Da un punto di vista marxista, questa tesi presenta almeno tre debolezze fondamentali: la definizione impropria del concetto di imperialismo, la sottovalutazione della natura del conflitto in corso e l’assenza di un’analisi dei rapporti di classe che sorreggono queste dinamiche.
L’imperialismo: non solo potenza militare e saldo finanziario
Secondo la tradizione marxista — da Lenin a Luxemburg, passando per Baran e Sweezy — l’imperialismo non si riduce a un “livello di spesa militare” né a una semplice condizione di creditore netto verso il resto del mondo. Si tratta piuttosto di un processo storico radicato nella concentrazione del capitale, nella fusione tra capitale industriale e finanziario, nella spartizione del mercato mondiale e nella subordinazione delle periferie alle metropoli.