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mercoledì 29 luglio 2026

ECCO PERCHE' L'INTERVISTA DI SCHLEIN NON IMPEDIRA' LA SVOLTA PACIFISTA DI UN GOVERNO PROGRESSISTA

 

di Giovanni Barbera 

L'intervista rilasciata da Elly Schlein al Foglio ha riacceso il dibattito sulla politica estera del Partito Democratico, in particolare sul sostegno militare all'Ucraina. Per diversi commentatori e per una parte della sinistra, quelle dichiarazioni rappresenterebbero la dimostrazione definitiva che un eventuale governo del campo progressista proseguirebbe senza variazioni la linea dell'attuale esecutivo.

È una lettura che, oltre a semplificare una realtà politica assai più complessa, rischia di produrre un effetto concreto e controproducente: alimentare sfiducia proprio tra quell'elettorato che considera la pace, la diplomazia e il rispetto del diritto internazionale elementi decisivi della propria scelta politica. Paolo Mieli ha osservato che la questione ucraina costituisce il principale fattore di divisione del futuro campo progressista. L'osservazione è condivisibile. Ma proprio da questa premessa discende una conclusione diversa da quella cui approdano molti commentatori.

martedì 11 novembre 2025

Una legge di bilancio per i forti: la manovra Meloni 2026

 di Giovanni Barbera*

La legge di bilancio per il 2026, licenziata dal governo il 9 ottobre 2025, conferma un’impostazione liberista e selettiva delle priorità pubbliche. Presentata come “seria e responsabile”, dietro la retorica della stabilità si nasconde la scelta chiara di scaricare i costi della crisi sui lavoratori e sui ceti popolari, tutelando rendite e profitti. La narrazione governativa parla di una manovra utile al Paese, ma la sostanza è una politica che consolida privilegi e aumenta le disuguaglianze.

mercoledì 10 settembre 2025

Bolle speculative e riarmo: l’Europa tra crisi sociale e rischio nucleare

di Giovanni Barbera

Liquidità e crisi annunciate

Nel 2025 la finanza globale rischia di esplodere in una nuova crisi. La differenza, rispetto al passato, è che tecnologia e riarmo militare si intrecciano, trasformando risorse pubbliche e private in asset speculativi. La Federal Reserve statunitense ha mantenuto a luglio 2025 il tasso di riferimento al 4,25%, mentre la BCE lo ha ridotto al 2% a giugno dello stesso anno,. Non si tratta di livelli bassi in senso assoluto, ma le banche centrali li presentano comunque come strumenti per sostenere la crescita. In realtà, la loro politica monetaria non produce un rilancio degli investimenti produttivi. La liquidità immessa continua a confluire prevalentemente nei mercati finanziari, alimentando speculazione e rendite, piuttosto che nell’economia reale. Negli anni Novanta, prima della bolla dot-com, e tra il 2002 e il 2007, prima della crisi dei mutui subprime, le banche centrali adottarono strategie simili, con esiti disastrosi.

Nel 2000 lo scoppio della bolla tecnologica bruciò 5.000 miliardi di dollari, mentre nel 2008 il crollo dei mutui subprime provocò la più grave crisi dalla Grande Depressione. In entrambi i casi, la finanza aveva costruito castelli di carta scollegati dalla produzione reale. Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma in scala più ampia e con strumenti ancora più complessi: ETF, derivati sull’IA, fondi di private equity iper-leveraggiati.

mercoledì 13 agosto 2025

Oltre la retorica del “neo-imperialismo creditore”: un’analisi marxista della guerra e del ruolo dell’UE

 di Giovanni Barbera

L’analisi recente di Emiliano Brancaccio sul cosiddetto “neo-imperialismo dell’Unione creditrice”, riportata in un articolo pubblicato su “Il Manifesto” del 13 agosto, parte da un dato reale: l’aumento della spesa militare europea per l’Ucraina, oggi superiore a quella statunitense. Tuttavia, da questa osservazione trae una conclusione fuorviante: quella di un avvio di una fase autonoma di “imperialismo europeo” basata sulla forza finanziaria e sulla proiezione bellica.
Da un punto di vista marxista, questa tesi presenta almeno tre debolezze fondamentali: la definizione impropria del concetto di imperialismo, la sottovalutazione della natura del conflitto in corso e l’assenza di un’analisi dei rapporti di classe che sorreggono queste dinamiche.


L’imperialismo: non solo potenza militare e saldo finanziario
Secondo la tradizione marxista — da Lenin a Luxemburg, passando per Baran e Sweezy — l’imperialismo non si riduce a un “livello di spesa militare” né a una semplice condizione di creditore netto verso il resto del mondo. Si tratta piuttosto di un processo storico radicato nella concentrazione del capitale, nella fusione tra capitale industriale e finanziario, nella spartizione del mercato mondiale e nella subordinazione delle periferie alle metropoli.