di Giovanni Barbera
Liquidità e crisi annunciate
Nel 2025 la finanza globale rischia di esplodere in una nuova crisi. La differenza, rispetto al passato, è che tecnologia e riarmo militare si intrecciano, trasformando risorse pubbliche e private in asset speculativi. La Federal Reserve statunitense ha mantenuto a luglio 2025 il tasso di riferimento al 4,25%, mentre la BCE lo ha ridotto al 2% a giugno dello stesso anno,. Non si tratta di livelli bassi in senso assoluto, ma le banche centrali li presentano comunque come strumenti per sostenere la crescita. In realtà, la loro politica monetaria non produce un rilancio degli investimenti produttivi. La liquidità immessa continua a confluire prevalentemente nei mercati finanziari, alimentando speculazione e rendite, piuttosto che nell’economia reale. Negli anni Novanta, prima della bolla dot-com, e tra il 2002 e il 2007, prima della crisi dei mutui subprime, le banche centrali adottarono strategie simili, con esiti disastrosi.
Nel 2000 lo scoppio della bolla tecnologica bruciò 5.000 miliardi di dollari, mentre nel 2008 il crollo dei mutui subprime provocò la più grave crisi dalla Grande Depressione. In entrambi i casi, la finanza aveva costruito castelli di carta scollegati dalla produzione reale. Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma in scala più ampia e con strumenti ancora più complessi: ETF, derivati sull’IA, fondi di private equity iper-leveraggiati.
Ricchezza e accumulazione speculativa
Nel 1999 bastava un suffisso “.com” per spingere un titolo a crescite vertiginose, anche in assenza di utili. Oggi la storia si ripete con l’intelligenza artificiale. Aziende come Palantir, Snowflake e CrowdStrike presentano multipli prezzo/utili fino a 265 volte, secondo Bloomberg. Una crescita scollegata dai risultati: uno studio del MIT rileva che il 95% dei progetti di IA generativa non produce profitti significativi. Nell’agosto 2025, dopo la pubblicazione di questi dati, le borse tecnologiche hanno perso oltre 1.000 miliardi di dollari in una sola settimana.
Nel primo trimestre del 2025 la produzione manifatturiera globale è cresciuta solo dell’1,3% (dati FMI). In Europa la crescita industriale prevista per l’intero anno è appena dello 0,2%, negli Stati Uniti dell’1,3% e in Cina del 4%. Numeri troppo bassi per sostenere valutazioni azionarie tanto elevate.
La concentrazione della ricchezza amplifica il rischio. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam, l’1% della popolazione mondiale controlla il 45% della ricchezza totale. La domanda di beni reali è stagnante, mentre i capitali si concentrano in attività speculative. È la dinamica che Marx descrisse come “accumulazione per accumulazione”, dove il profitto finanziario prevale sulla produzione di valore. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ha definito questa dinamica una “finanziarizzazione tossica” che distrugge la coesione sociale e aumenta l’instabilità sistemica.
Finanza e riarmo in Europa
Accanto alla bolla tecnologica si sviluppa una bolla finanziaria bellica. La liquidità abbondante non viene destinata a servizi sociali, salute o istruzione, ma finisce in strumenti finanziari legati al settore militare che cavalcano la retorica della “difesa dell’Europa” per trasformare risparmi collettivi in profitti speculativi.
Il progetto ReArm Europe (Readiness 2030), approvato a marzo 2025, punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa comunitaria. Di questi, 150 miliardi saranno prestiti agevolati dell’UE, mentre 650 miliardi graveranno sui singoli Stati, esentati dal Patto di Stabilità. L’Unione europea utilizza programmi come SAFE e la BEI per finanziare aziende del settore della difesa, mobilitando capitale pubblico e privato verso un comparto strategico ma ad altissimo rischio speculativo.
Dal 2014 al 2024 la spesa militare nei paesi NATO e UE è aumentata di quasi il 70%, mentre sanità, istruzione e ambiente hanno visto incrementi tra il 13% e il 31%. Nello stesso periodo, il PIL europeo è cresciuto solo del 13% e l’occupazione del 9%. L’obiettivo di portare la spesa militare al 3,5% del PIL entro il 2035 implica, secondo l’economista Roberto Romano, un aumento annuo di 52 miliardi di euro per la UE. Per l’Italia significherebbe raggiungere quota 97,6 miliardi di spesa annua, con un impatto diretto sui conti pubblici e una compressione dei bilanci destinati a welfare, pensioni e servizi.
Mercati gonfiati e disuguaglianze
I titoli delle aziende della difesa crescono molto più dell’indice mondiale. Tra il 2019 e il 2023 hanno guadagnato il 68,7% contro il 34,8% dell’indice globale. Nel primo trimestre 2024 la tendenza è ancora più marcata: +22,8% contro il +7,1% dell’indice generale. A ciò si aggiunge l’emergere di nuovi prodotti finanziari: ETF bellici, cartolarizzazioni, obbligazioni garantite dai bilanci pubblici. Tutto questo alimenta un rischio di bolla simile a quello dei mutui subprime, con l’aggravante che questa volta la bolla è costruita su spese militari irreversibili e su una retorica di emergenza permanente.
La narrativa della “guerra necessaria” serve a giustificare il prelievo dai risparmi popolari. Si propone di mobilitare i 10.000 miliardi di euro depositati dai cittadini europei per alimentare il riarmo, tutto in nome della difesa. Ma questo meccanismo rischia di drenare risorse dai settori fondamentali come educazione, transizione ecologica e welfare sociale, ampliando le disuguaglianze. In Italia, il rischio concreto è che la Cassa Depositi e Prestiti diventi uno strumento per convogliare i risparmi postali verso il comparto difesa, sottraendoli a investimenti sociali e territoriali.
Conclusione
Il 2025 non segna soltanto l’emergere di una nuova bolla tecnologica e speculativa, ma anche la sua saldatura con la corsa al riarmo in un contesto già attraversato da un conflitto globale diffuso, che si manifesta in molteplici scenari regionali. La combinazione tra liquidità abbondante, strumenti finanziari iper-leveraggiati, il piano ReArm Europe da 800 miliardi e una narrazione politica che normalizza l’emergenza bellica, produce un sistema fragile e potenzialmente esplosivo.
La crisi che si prepara non è dunque un rischio astratto del futuro, ma una conseguenza diretta di un presente in cui la guerra è già diventata un orizzonte permanente. Se questa spirale proseguirà, l’Europa vedrà moltiplicarsi gli effetti devastanti: crisi finanziaria di dimensioni globali, impoverimento delle classi popolari colpite da inflazione, precarietà e tagli al welfare, compressione dei bilanci pubblici schiacciati dal peso crescente della spesa militare, ulteriore perdita di autonomia politica a favore della NATO e dei grandi gruppi finanziari.
In questo scenario, la crescita degli investimenti militari e tecnologici alimenterà nuove instabilità e tensioni, aggravando l’attuale frammentazione bellica e avvicinando il rischio che il conflitto “a pezzi” si saldi in uno scontro mondiale su larga scala, con l’ombra sempre più concreta dell’uso dell’arma nucleare. Le classi popolari non sarebbero soltanto le vittime sociali della crisi sociale e democratica, ma rischierebbero di diventare le prime vittime di una tragedia globale, in un’Europa ormai ridotta a ingranaggio della macchina bellica e nucleare della NATO.
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